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App vs Browser. Uno scontro con finale non scontato!

1 settembre 2010media

“The Web Is Dead. Long Live the Internet”

Quante volte abbiamo visto titoli così demenziali? Peccato che questa volta sia proprio Wired a pubblicarlo, anche se possiamo in parte capirli dato che devono vendere le copie e devono far parlare di sè. L’articolo è un concentrato di argomentazioni  false e spunti molto interessanti. Provo a smaltire rapidamente le cose demenziali per passare all’analisi della cosa che mi interessa.

L’articolo in buona sostanza sostiene che il web sta finendo perchè ormai l’utenza utilizza sempre nuovi protocolli (applicazioni, video, peer to peer) che non sono “piu web classico”  ma sono la nuova internet, ovviamente non più free (gratis) o free intesa come open e collaborativa. L’articolo comincia con un grafico  -che sembra davvero uscito da quegli articoli approssimati di tecnologia  di Panorama o  Espresso- nel quale vengono esposti in %  il consumo di banda negli anni dei vari protocolli.  Ci sono mille motivi di contestarlo alla radice, a partire dal fatto che è normale che un video pesi 100 volte piu di una pagina, al fatto che il video viene comunque fruito dentro una pagina web, al fatto che il peer to peer lo lascio acceso per giorni e giorni e scarico gigabyte di roba (e peraltro è totalmente free e pirata).

Ma è ancora piu OVVIO che queste nuove forme di traffico crescano adesso, perche semplicemenete….prima….non esistevano. I video sono inizati ad essere fruibbili con gli FLV di YT dal 2005, quindi è ovvio che prima in % contavano zero ed oggi contano molto.  E si potrebbe continuare, ma mi stoppo qua, anche per rispetto a Wired, che tutto sommato…. è sempre Wired.

APP conto BROWSER

L’argomento interessante che scaturisce dall’articolo (anche se ad onor del vero è un tema già uscito in varie sedi) è il possibile conflitto tra APP e Browser, due modi molto diversi di fruire le informazioni in rete. A prima vista può sembrare un  non-conflitto, perchè  tutto sommato le APP sono fruite  da mobile mentre il browser è web e quindi sono due mondi separati. Il ragionamento è sbagliato per due motivi: primo il mobile ormai è navigazione web a tutti gli effetti ed è in grandissima crescita, il secondo perchè  con i nuovi device come IPAD scomprare la divisione netta (già mezza scomparsa con iphone) tra mobile e non mobile.

Prendiamo Ipad che è un esempio lampante :  se io voglio leggere un quotidiano oggi ho due alternative. O navigo da browser navigando sul normale sito oppure mi scarico l’app (normalmente e sempre piu a pagamento od abbonamento). Ma potremmo fare l’esempio di Facebook da web o da APP, oppure Twitter, oppure skytg24…etc.

Ecco che quindi nasce il conflitto tra due mondi completamente diversi, e l’utenza dovrà scegliere quale dei due è il vincitore. Nel confronto ecco i principali pro e contro :

WEB : essendo navigabile da browser è raggiungibile  da tutti i device e con diversi software,  basato su rete aperta, basato su linguaggi standard e comuni a tutti,  normalmente free e pagato dalla pubblicità.  Ci sono anche i seguenti contro…… confusionario, non organizzato, incontrollabile, business difficile da realizzare

APP: I contro sono: L’applicazione è  scritta solo per un device, solo di un produtore hardware, con un linguaggio proprietario e su framework proprietario, normalmente a pagamento, e con un controllo della apple sui contenuti che devono rispondere a guidelines.   Ma ci sono molti PRO per l’utenza e le aziende:  facilità di utilizzo,  aggiornamento automatico, organizzazione,  “piattaforma” di vendita pronta per gli editori  senza doversi affidare all’adv.

L’articolo di Wired sostiene entusiaticamente che la vittoria sarà delle APP, perchè piu semplici da usare per gli utenti. Il web è troppo caotico e complesso, mentre le APP sono facili da usare, da istallare, da aggiornare. E poi hanno quelle icone cosi sexy….

L’assunto se fosse vero cambierebbe tutto: se gli utenti gradualmente mollassero le applicazioni web per usare intensivamente APP su device come IPAD e IPHONE, si abituerebbero gradualmente  -continua wired- a pagare per le APP, cambiando radicalmente il mondo del web (e questa odiosa anomalia del “tutto gratis!”). Se il web fosse “organizzato” e fosse “a pagamento” sarebbe solo un’altro canale distributivo a fianco della TV via cavo o via satellite.

Sembra trattarsi a tutti gli effetti di una svolta epocale, che se vinta dalle APP ci porterà alla fine del web come lo abbiamo conosciuto (ed amato). E molti di noi non avranno piu lavoro. Ma il finale non è per nulla scontato: ecco alcuni elementi che a mio avviso danno un grosso vantaggio al vecchio caro WEB.

1) Interazione. Gli utenti ormai sono abituati ad interagire sempre di piu con i siti.  Ci sono voluti 15 anni per arrivare a definire standard, linguaggi e sistemi per avere una interazione massiva da parte degli utenti. Nelle APP  (penso ai giornali) una interazione semplice diretta e pervasiva è molto piu difficile da implementare. Le APP (parlando dei media in particolare) sono quasi sempre statiche come delle riviste in PDF un pò più fichette. Gli utenti vogliono partecipare, e questo oggi lo da solo il web. Anche tecnicamente è piu facile fare una rivista con wordpress che ha già l’interazione mediante linguaggi semplici (ajax, html, js) rispetto che a sviluppare la stessa cosa in objective-C.

2) OPEN. Html, css, cms, tcp/ip : chiunque in 5 minuti può fare un sito e raggiungiere tutti, e tutti possono raggiungere lui. 6 miliardi di editori e 6 miliardi di lettori.  L’APP ha una doppia barriera : linguaggio chiuso e controllo a priori della casa madre che deve approvare l’APP. L’offerta del web sarà sempre quindi immensamente piu grande.

3) DIFFUSIONE. Nessun device o casa madre avrà il 100% di diffusione. Esisteranno sempre diversi device e diverse case madri, cosa che comporterà un frazionamento del mercato in vari operatori. Questo comporterà (già oggi è così) che gli editori devono fare e rifare numerose APP in diverse piattaforme con moltiplicazione dei costi. E molto spesso un device che ha una disffusione bassa non renderà (specie per i player nazionali europei) a sufficienza da ripagare gli investimenti. Il web al contrario ha una diffusione del 100% e   fatto un sito il lavoro è finito.

4) GRATUITA. Attenzione all’effetto novità. Se mi regalano l’IPAD compro sicuramente una decina di APP per provare, cosi come se compro un computer ci devo mettere un pò di software per farlo girare. Ma a regime quando si tratterà di pagare 4 euro alla settimana per l’APP oppure aprire il browser e leggere gratis le notizie schivando dei banner….cosa sceglierà la maggioranza della gente ?

Alla fine la storia è sempre la stessa, ci si illude che un device possa risolvere la questione. Invece a mio avviso la questione è semplice: i pochi editori che hanno contenuti di nicchia e di qualità li potranno distribuire a pagamento, con o senza APP (forse con le app un pò meglio) . Tutti gli altri si devono  e  si dovranno arrangiare con il caro vecchio web.

Aiuto! Siamo in troppi.

22 giugno 2010media

Stamattina  lancio del sito IlfattoQuotidiano (Travaglio & Gomez).

Ecco come appariva dopo poche ore. Sicuramente il Fatto fa molto traffico (secondo me anche 100-200k visite day), ma il problema a monte è che il sito è fatto con Wordpress. Non è pensabile fare un quotidiano da 200k visite day con software pensato per gestire un blog. Va bene che è gratis e va bene che “fa figo”, ma  insomma, ha i suoi limiti.

Quelli del Fatto, hanno avuto pure il tempo di fare una bellissima jpg con tanto di ombrina per rendere carina la pagina di errore. Forse andrebbe messa la stessa cura nella scelta del CMS e nella scelta del team sistemistico. Anche perchè la pagina di errore restituisce un 200, quindi Google la indicizza pure.

Aiutooooo! Siamo troppi.

No, vi serve solo un pò di strategia! ;)

Il Sole24ore passa al pay?

16 giugno 2010media

Via Pandemia

Il sole24ore  dopo la visualizzazione di 20 articoli fa apparire la schermata:

In realtà non è un vero passaggio al PAY perchè l’iscrizione base rimane gratuita. Probabilmente l’idea è di creare una base utenti profilata ed iscritta su cui poi fare azione per trasferirla sulla parte premium.

Effetti della scelta:   + iscritti,  ma  – pagine viste

Spero che si siano fatti i conti per bene, perche quello che guadagni da una parte (abbonamenti) lo perdi dall’altra (pagine viste) e non è scontato che la differenza abbia un risultato positivo.

Secondo me rimane  un giusto tentativo, da parte del Sole, perche è un prodotto editoriale che fa parte di quella cerchia di mezzi di informazione (direi molto ristretta)  di qualità che “ha senso” pagare o leggere mediante iscrizione. Non credo sia la stessa cosa per Repubblica o Corriere.

Ovviamente se vuoi leggere per sempre il Sole24ore basta cancellare i cookie, ormai anche mia figlia di 6 anni lo sa fare. ;)

Repubblica a pagamento con H3g, fine della neutralità della rete!

8 giugno 2010media

Oggi ero in treno per Vicenza, e mi sono collegato con il mio iphone a Repubblica.it. Ecco la schermata che mi è apparsa:

Ho provato e riprovato ma non c’è verso. H3g alla richiesta del sito www.repubblica.it  mi ridirige ad un suo sito dove mi avverte che se navigo su www.repubblica.it pagherò  0,09 euro a pagina vista!!! Cosi se con la chiavetta di 3 dal mio portatile mi collego vedo repubblica.it senza problemi, se con lo stesso operatore mi collego via browser dall0 smartphone mi rimandano nelle loro pagine con le tariffe assurde.

La cosa è a mio avviso  molto grave:

- Io compro uno smartphone e pago una flat al mio ISP per navigare con il browser sui siti internet a mio piacimento. Se tu ISP mi impedisci  di navigare su alcuni siti stai violando il principio della neutralità della rete e non sei piu neanche un ISP. Io ti mollo appena posso. Leggi tutto l’articolo

Huffington Post all’utile, Apple supera Microsoft, Google May Day e local-war

31 maggio 2010media

Alcuni link della settimana :

Huffington Post arriva all’utile a fine 2010.  Esiste dal 2005, ci sono quindi voluti quasi 6 anni per arrivare al pareggio. Sarebbe stata possibile una cosa del genere in Italia? Con il mercato dei capitali che ci troviamo non credo proprio. Intanto a marzo arriva a 13 milioni di utenti unici fonte Nielsen, e assume  9 nuovi venditori (un pò tardino direi)

Apple ha passato Microsoft nella capitalizzazione di borsa. Forse siamo ancora in tempo a comprare azioni Apple, noi scettici.

Google conferma un importante cambio al suo algoritmo che colpisce i siti  che hanno molto traffico da Long Tail. Tanta gente piange in USA, ma in Italia è già arrivata? Non ho sentito di grosse variazioni.

Scoppia la Guerra della Local in Usa. AOL investe 50 milioni in Patch.com, e Yahoo prepara una grande entrata nel settore.  Questa local inizia a interessare a molti….

Tutte le segnalazioni interessanti

Goadv acquista blogosfere e…. si delista dalla borsa!

26 maggio 2010media

Una notizia vecchia ed una freschissima.

La vecchia è quella della vendita di blogosfere a Goadv (febbraio). Sul deal non c’è certezza di valore ma pare essere di qualche milione di euro, probabilmente tra i 2-3. La valutazione è quindi la stessa della entrata del sole24ore nel 2007.

A naso provo ad indovinare i dati: circa 150k utenti day, che sviluppano 10mln di pagine viste mese. Non vedo della gran pubblicità sopra, non voglio dare la mia stima ma ciascuno può farsi i conti. Pagati gli editor rimane un certo margine ma evidentemente non così grosso per interessare sole24ore che non avrà esercitato l’opzione. Ed è arrivato Ascani a comprare. Valutazione probabilmente alta tra i 10-25 volte il margine, ma tutto sommato sensata per un soggetto liquido come Goadv (11 mln da bond raccolti) se si pensa che il network sviluppa circa 1,5 mln utenti unici nielsen.

Quindi ottima operazione di Ascani che si è portato a casa un bell’asset che può essere valorizzato molto.

La nuova notizia è sorprendente:  i soci di GoAdv, ovvero il fondo “Truffle” (eh si, si chiama davvero così), Ascani e gli altri  offono 8 euro (premio superiore 20% su prezzo di borsa) per comprare le azioni e DELISTARE (togliere dalla borsa) l’azienda.

Motivo? Il mercato francese non è interessato a Goadv, e non c’è sufficiente interesse per le start-up internet in generale,  quindi non ha senso continuare con la borsa.

Una interpretazione potrebbe essere che la società va molto bene, e gli investitori non lo capiscono, e quindi meglio mettere mano al portafoglio e comprarsi tutto. E’ un affare: 40 mln di fatturato sono in effetti un bel numero, e in borsa l’azienda capitalizza 50 mln.

Però non si riesce a capire il margine: il comunicato sui risultati del 2009 è quanto mai curioso per una azienda quotata.  Non so come sia possibile: solo dati di fatturato e nessun dato su utili  e margini. Ho girato in lungo ed in largo il sito e non vi è traccia del dato e siamo ormai a giugno. L’ultimo dato sui margini è di un anno fa ed erano in negativo.  La seconda interpretazione dell’accaduto -quella maliziosa-  è abbastanza ovvia.

Nota: dopo il post lL’ufficio stampa di GoAdv mi ha girato il comunicato con i dati di bilancio  ed i dati sono

  • 2009 revenues of €42.2M
  • EBIT of €2.1M
  • Net Income of €1.3m  )

Nel comunicato si parla di di un ingente flusso di cassa che unita alla raccolta dei bond da una liquidità di 28 milioni (sti cazz) pronta per essere investita. Nei numeri manca l’ebitda ma forse sono io che sono un pò rinco.

Edizioni Master compra Newstreet

24 maggio 2010media

Sul sito di motori Newstreet.it c’è la barra del network di Edizioni master. Una fonte che conosce la materia mi conferma che il sito è stato acquisito di recente. Stranamente la cosa non è stata comunicata e nella sezione press di Master non c’è traccia di Newstreet. La fonte mi ha detto che l’accordo è fatto ma “ci sono particolari da chiudere”.

In tutti i casi ancora complimenti a Master che fa acquisizioni in questi tempi bui e tristi. Un anonimo commento qua segnalava però cassa integrazione su molte società del gruppo.  Sarà vero?

Link della settimana: Google flat, Facebook adv, Foursquare trema, Guerra Zynga-FB

12 maggio 2010media

1. Intervista al fondatore di Demand Media: il fast food content paga:  Jimmy Wales: Demand Media’s Low Quality Content Is Cheap And It Works

2. Google è flat da molti mesi nella quota search USA, problema non banale se vuole mantenere l’attuale tasso di crescita: CHART OF THE DAY: Big Bad News For Google: Search Share Gains Have Flatlined

3. Facebook è risultato il primo rivenditore di ADV in termini numerici (ma sul prezzo poi è un’altra questione): Facebook Sells More Display Ads Than Any Other Web Publisher

4. La guerra Facebook-Zynga. Facebook sempre meno “aperto” specialmente con i grossi: Facebook Has Zynga By The Short Hairs — But It Needs To Be Careful

6. Facebook sta per lanciare il suo sistema di Check-in, potrebbe distruggere Foursquare, oppure no…: Facebook ‘Check-Ins’ Coming As Early As This MonthSilicon Alley Insider

Altri link della settimana

Nuova hp di repubblica i commenti dei lettori

20 aprile 2010media

Repubblica ha aperto i commenti al pezzo in cui annuncia la nuova veste grafica  qui : http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/20/news/nuova_pagina-3472646/#commentatutti

I commenti sono in larga parte negativi. Purtoppo quando si fanno restyling è normale che ci sia la rivolta, per gli utenti è un vero shock, non bisogna darci troppo peso all’inizio ed aspettare sempre un mese o due per fare una indagine sul gradimento.

Io ho fatto molti restyle ed in genere mettevamo anche il sondaggio (senza paura!) ed avere  solo il 50%-60% di voti negativi il giorno seguente era già un successione.

Mi colpisce però il grande numero di commenti negativi sull’ADV : la skin di vodafone è risultata indigesta, e questo dovrebbe fare riflettere gli advertiser sull’effetto che certe “pubblicità impattanti” hanno sull’utenza.

Cari amici, sono tornato sul sito adesso, dopo averlo visto nella nuova veste grafica stamattina e aver commentato che non mi piaceva, che c’era troppa pubblicità. Bene: ad un’analisi più a freddo, la nuova veste grafica continua a non piacermi, così tanta pubblicità mi irrita sempre di più, non comprerò mai più niente della Vodafone in vita mia, e per la mia informazione online credo passerò al sito del Corriere.

è Penosa…. abominevole… di difficile lettura… pubblicità ovunque. Meglio corriere.it a questo punto.

Per fortuna esiste AdBlock Plus che elimina la pubblicità invadente…. ;)

Concordo in pieno con tutte le critiche che vengono fatte all’home page di Repubblica e non posso sopportare la stro…ata dell’oroscopo in prima pagina. Tanta prosopopea di modernità e tanta becera mentalità oscurantista. Complimenti!

Mi piace molto, ma quell’invadente Vodafone in ogni dove (resiste anche al mio adblock di firefox) è veramente irritante. Spero che i prossimi inserzionisti siano meno onnipresenti, perché sinceramente con questi mega banner che oltre a essere enormi coprono anche i testi, ricaricandosi per di più ogni volta che la pagina fa refresh, viene la tentazione di leggere le notizie su un altro sito.

Dati di Repubblica e riflessione sui gruppi editoriali

15 aprile 2010media

Via Pandemia – Il gruppo l’Espresso ha pubblicato i risultati del 2009, dove risulta che Repubblica online ha fatturato 29 milioni di euro sul digitale con una crescita sostanzialmente piatta sul 2008, dove faceva 28 milioni e mezzo.  L’ebitda della unit web è di 8 milioni in grossa crescita sull’anno precedente, dovuto evidentemente ad un pesante taglio di costi. In verità in questi conti di fatturato ci saranno sicuramente delle quote di adv infragruppo, perche gira molto spesso pubblicità di prodotti del gruppo, ma è indubbio che Repubblica raccolga sopra i 25 mln annui.

Luca Conti correttamente  osserva :

“Nel 2009 Repubblica online supera 29 milioni di euro di ricavi su un mercato complessivo stimato essere 585 milioni. In pratica il più grande gruppo editoriale italiano online copre il 5% soltanto dei ricavi. Quota ben diversa da quella della pubblicità su carta, in cui solo Repubblica (senza i giornali locali) ottiene 209 milioni di euro su un mercato di 1400 milioni. Solo questo dato fa capire come gli editori tradizionali fatichino a transitare, finanziariamente, dalla carta al web.”

Io credo che la povera  Repubblica non sia in ritardo sull’online ( se non altro perche è on line dal 1996) e credo che facciano tutto correttamente. In realtà il problema a mio avviso è diverso ed è più strutturale.

Se prendiamo  ad esempio Virgilio che è sempre stato il leader in Italia, vediamo che ha una quota di poco superiore a quella di Repubblica. In sostanza il mercato Internet in Italia è fatto da Google che ha il circa il 60%  e poi da un grandissimo numero di operatori che stanno tra il 5% e l’1%.

Il fenomeno nasce da numerosi motivi. Uno tra tutti è che non c’è (per varie ragioni) un fenomeno di aggregazione di varie realtà per fare operatori piu grandi e forti. Il motivo è che tutti i “grandi” o sono proprietà di gruppi editoriali “old” concorrenti o sono proprietà di telco che se li tengono per spremerli, o sono proprietà di multinazionali straniere. Questo comporta un mercato con un gigante e tantissimi nani intorno, e la cosa non cambierà nel breve periodo.

Ma forse il vero motivo strutturale è che internet non è fatto per i grandi gruppi editoriali. A parte alcuni casi di concentrazione come google, la pubblicità viene distribuita in mille rivoli. Essendo sparita la barriera all’accesso (che è presente con la carta, e che comporta pochi attori) gli editori sono virtualmente infiniti, e quindi la pubblicità tende a rifluire ovunque. Per non parlare degli attori internazionali che nel tradizionale non ci sono, mentre del digitale si.

La differenza si nota chiaramente dai conti di Repubblica : mentre sulla carta (dove esiste la barriera all’accesso) a fronte di una audience importante ha una fetta importante del mercato pubblicitario, su internet a fronte di una audience altrettanto importante ha una fetta di mercato advertising molto molto piu piccola.

E’ quindi un fenomeno strutturale, che ha ripercussioni anche organizzative, e non è una peculiarità solo italiana. Prendiamo un’altro esempio in USA :  Sugar Inc è la nuova condè nast digitale ed ha 12 milioni di utenti unici al mese, con una audience molto importante sul segmento donne e mondo della moda. Eppure è una azienda con appena 100 dipendenti. La stessa repubblica.it è fatta da un numero di persone 20 volte inferiore rispetto all’edizione tradizionale. Le aziende internet editoriali sono piccole con poche persone se parametrate alle omologhe che operano nei settori tradizionali.

Un’altro tema che salta all’occhio è: i gruppi tradizionali perdono quote di fatturato importante nei mercati tradizionali (basta vedere il crollo della raccolta da quotidiano cartaceo di Repubblica). Tale crollo si manifesta  per il trasferimento di risorse al digitale. Ma riescono poi questi gruppi a recuperare questo fatturato nel digitale e quindi a pareggiare? No, proprio per il fenomeno di cui sopra, per il quale, in mancanza di barriere di ingresso e per la presenza di player mondiali monopolisti, la quota digitale è molto molto piu bassa della quota tradizionale anche in presenza della medesima audience. E’ quindi un inevitabile downsizing, in termini di persone e di fatturato.

Quindi i grandi gruppi sono destinati al declino?  Esisterà un mondo fatto solo da qualche multinazionale e poi una pletora di piccoli operatori nazionali che arrancano?

Sicuramente serve un ripensamento del modello organizzativo dei gruppi editoriali che sul web non ha piu senso. Non piu gruppo piramidale ed integrato  ma network (e galassia di aziende). Velocità ed autonomia contro  strutture pesanti e lente. Essere piu piccoli sarà una inevitabile realtà, ma poi alla fine quello che conta nel valore dell’azienda saranno i margini. E prima o poi le aggregazioni dovranno esserci…

The NEW New York Times

11 febbraio 2010media

nytlogo379x64.gifL’altro giorno ero a parlare con un editore “old”, ancora abbastanza distante dalla rete, e mentre mi spiegava che la pubblicità online non crescerà più,  mi è tornato in mente un articolo  molto interessante di Techcrunch   di qualche mese fa  sul New York Times.  Il NYT  perde oggi 1 miliardo di dollari, e questo è il risultato di una pesante ristrutturazione, che ancora non ha portato il pareggio. 3 miliardi di dollari i ricavi (in calo del 10% dal 2005).  Il tutto fatto con 9300 impiegati.

Per la parte web: i dati di traffico sono 16 milioni di utenti unici mese, con 124 milioni di pagine viste. (Comscore Maggio). Sui 9300 impegati sono 1200 quelli del settore news e solo 400-500 sono “writers”.

Il sito del Nyt è quindi immerso in questo mare di persone e di costi, ed è difficile che ne “esca”.

Questi numeri (a tagli avvenuti) dimostrano che prima di un problema generico del giornalismo,  esiste un problema del “vecchio” giornalismo e delle strutture aziendali pesanti che non riescono a stare al passo con i tempi. Un modo di fare giornalismo che,  oltre a non essere adeguato ai nuovi mezzi, non è più sostenibile economicamente via via che una parte dell’Adv (ed il pubblico)  si sposta su internet.

Il gioco proposto da TC allora è il seguente:  creiamo una nuova azienda che fa solo il sito del nyt. Se è vero che il 10% degli editor fanno il 50% dei contenuti di qualità, allora prendiamo i migliori 50 giornalisti e strapaghiamoli con 200k dollari all’anno. Sono i migliori del mondo. 10 milioni di dollari di costo del personale, che con gli altri costi diciamo che raddoppiano a 20.

La migliore squadra del  pianeta quanto ci mette a raddoppiare i 16 milioni di utenti unici? Ed essendo uno dei primi  quotidiani al mondo come utenti, con 200 milioni di pagine viste, sarebbe già in pareggio con 20 milioni di fatturato. E dopo 5 anni scoppierebbe di utile. Valendo probabilmente sul mercato 200-500 mln come minimo. Ma ovviamente è una cosa impossibile ad oggi, ed il nyt rimane dentro il grande calderone, mentre intorno nascono come funghi i vari Huffington Post.

Insomma da questo esempio sembra quasi ci sia una incopatibilità tra vecchie aziende e nuovi media (tesi tutta da dimostrare).

Ma aggiungo io: che succede se i 50 un giorno si guardano negli occhi, e se ne vanno dal nyt per fare da soli una nuova testata?

Buon contenuto = alto ranking?

2 febbraio 2010media

Un ottimo contenuto messo in rete, equivale ad un ottimo posizionamento nei risultati del motore di ricerca? E’ una leit motiv che si sente spesso (lo dice anche google nelle sue guide) ma non è proprio vero.

In realtà è noto che il posizionamento dipende sopratutto della quantità di link presenti nella rete verso il contenuto, a prescindere  dalla qualità. La rete (con le regole di Google)  non è quindi meritocratica, ma  -un pò come la vita-  è una grande gara di popolarità. Se trovi modi furbi per distribuire e diffondere i tuoi contenuti hai piu successo che se fai contenuti di qualità.

Come nella vita, avviene che la piccola osteria casalinga che è eccellente, rimane sconosciuta alla massa rispetto al ristorante alla moda che lavora di marketing e di pubblicità, senza avere una buona cucina.

E un pò come nella politica, dove ci sono pochi politici che propongono delle soluzioni razionali e pacate, ma poi la gente vota sempre quello che urla  e che sa vendersi meglio (ma che perlopiù è incapace). E che governa.

Se questo è vero (ed è abbastanza vero) il web è un vero schifo. L’attenzione in questi anni è sempre piu nel linkaggio e nella promozione (anche nei social) dei propri contenuti più che nella qualità del contenuto stesso. Con un evidente calo della qualità dei contenuti che a me sembra sempre più evidente.

Non sono un lamentone che ha problemi con il SEO. Io ad esempio mi trovo nell’assurda posizione di avere un sito fatto da giornalisti che lavorano sodo, e vedere che un aggregatore esce con i nostri articoli al PRIMO posto nella serp, mentre l’articolo originale neanche è in prima pagina. Perche l’aggregatore ha un PR alto ed è linkato.  E c’è solo da chinare la testa, perche non puoi protestare con un algoritmo.

D’altra parte c’è chi dice che se una cosa è molto linkata è necessariamente una cosa buona. Se molta gente lo linka vuole dire che molta gente lo apprezza. Io la trovo un pò una cazzata perchè il link non determina un giudizio sulla qualità del contenuto ma solo  il “buzz”.

Ma purtoppo non c’è oggi una alternativa alla dittatura del link. Garantisce comunque dei risultati decenti, rispetto ai vecchi motori che basavano i risultati sull’analisi della pagina.

Sarebbe certo più onesto che Google lo dicesse nelle sue guide. “Non importa quali contenuti fate o come li fate, basta che siano linkati. Ed in bocca al lupo!”

Great Opportunity

11 gennaio 2010media

Questo grafico (tratto da Business insider) rappresentanta l’andamento del numero degli impiegati nel settore dei giornali USA dal 1947 in poi.

Il  declino inizia proprio all’inizio degli anni 90 (proprio quando arriva internet….e non credo sia una coincidenza) per poi subire una accellerazione incredibile negli anni 2000 riportanto il numero degli impiegati al 1947.  In poco piu di dieci anni sono spariti 200.000 posti di lavoro presso i giornali statunitensi.

lavoro-media.gif

La domanda da porsi è se nel frattempo il web ha dato a questi 200.000 giornalisti ed impiegati un lavoro alternativo.

Molti commentatori e blog dicono:  “It’s a great opportunity!”. Le news ed il mestiere del giornalista sarà reinventato in questa nuova decade, e sarà maggiormente vicino alla tecnologia attuale ed ai nuovi modelli di consumo. Grandi opportunità per tutti!

Nell’attesa di questo nuovo modello, io vedo solo una progressiva e costante perdita di qualità del web.

“It’s a great opportunity…..for spammers!”

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