Monrif dentro Hwupgrade
i nostri gossip erano veri!!! ![]()
Monrif Net, la societa’ del Gruppo Poligrafici Editoriale che si occupa dello sviluppo di progetti innovativi nel settore della multimedialita’ e delle nuove comunicazioni, ha acquistato una partecipazione nella societa’ Hardware Upgrade, titolare del sito www.HWupgrade.it e leader nel settore dell’ICT & Electronics, acquisendone una quota del 20%.”L’investimento, ha dichiarato il Presidente di Monrif Net Matteo Riffeser Monti, non ha avuto impatti finanziari significativi e costituisce un ulteriore passo per lo sviluppo del network riunito sotto il brand Quotidiano.net. Siamo estremamente contenti dipotere offrire ai nostri utenti gli autorevoli e prestigiosi contenuti proposti da HWupgrade.”L’Amministratore di HWupgrade Paolo Emilio Corsini dichiara che “l’accordo con Quotidiano.net rappresenta un passaggio strategico per il sito HWupgrade.it nell’ottica di un crescente futuro e di sviluppo di sinergie, forte del legame con un importante Editore nazionale”.





novembre 4th, 2011 at 9:52 am
Premetto che non conosco approfonditamente né il sito, né ovviamente i dettagli dell’accordo. Detto questo, non riesco a comprendere, ed in questo chiedo un conforto agli altri avventori, quale possa essere la strategia di Monrif nell’acquisire quote di minoranza così marginali. Non è un venture capital, che entra per poi uscirne nel medio periodo, e il suo interesse dovrebbe essere “industriale”. Ma con il 20% e un impegno che “non ha avuto impatti finanziari significativi” (tradotto: abbiamo speso due lire), posso immaginare che l’editore cedente non abbia concesso più di tanto; che non ci siano automatismi per ottenere il controllo della società da parte di Monrif. Se così fosse, ma sono supposizioni assolutamente fantasiose le mie, mi chiederei che se ne fa un grande editore di una quota di minoranza in una società editoriale completamente controllata dai fondatori? E’ solo un modo per tenerlo in concessione? E mettendomi dalla parte dell’editore che ha ceduto il 20%, a parte la movimentazione cash (non “significativa”), non rischia così di mettersi nella condizione, per il futuro, di avere un solo acquirente? In altri termini, avere un socio “industriale” non rischia di allontanare futuri altri grandi editori interessati all’argomento e al traffico del sito, togliendo la società dal mercato? E poi, facendo gestire l’ADV alla concessionaria del socio di minoranza (SPE), non rischia di essere troppo dipendente ed in posizione di debolezza contrattuale?
novembre 4th, 2011 at 10:10 am
@30330: è probabile che Monrif fosse, in realtà, interessata ad una quota societaria più importante o, addirittura, di controllo, ma che non sia stato trovato l’accordo economico con l’editore. Ergo, si entra con una quota modesta (in realtà, con l’attuale normativa societaria, è sufficiente possedere più del 2% per “ropomere le scatole”), si fa in modo che la società, nel breve periodo, magari con la scusa della crescita, accumuli un po’ di debiti (che poi farà fatica a ripagare) e quindi si è obbligati a deliberare un bell’aumento di capitale sostanzioso che, presumibilmnete, solo il “socio forte” (economicamente, anche se di minoranza) può sottoscrivere e ci si porta a casa la maggioranza.
Ovviamente questa è pura teoria e, verosimilmente, non è questo il caso…
novembre 4th, 2011 at 11:16 am
Buongiorno a tutti
confesso che sia molto interessante leggere commenti che analizzano una propria decisione; vi trovo deduzioni alle quali in tutta onestà non avevo pensato negli ultimi 15 mesi. Questo mi porta a considerare come spesso il non essere dietro le quinte di un evento (non conoscendone quindi le dinamiche effettive) possa portare a leggere dei dati e a interpretarli usando come filtro degli occhiali che…beh, non sono di certo quelli che io porto.
Mattia: mi spieghi come può un socio di minoranza, che non ha la gestione amministrativa ordinaria della società in mano, a far accumulare alla società nella quale partecipa “un po’ di debiti”, da questo a portare ad un aumento di capitare sostanzioso che non sia sottoscritto dal “socio debole” (ma con la partecipazione societaria di maggioranza)?
novembre 4th, 2011 at 12:37 pm
@Paolo Corsini: non dare troppo peso a quello che scriviamo. E’ scontato che non conosciamo i termini dell’accordo e ci avventuriamo in ipotesi fantasiose. Si prende un caso specifico per arrivare a conclusioni generali, non sempre applicabili alla situazione di partenza. Nello specifico, più che la scelta dell’editore a me interessa capire la politica di sviluppo di Monrif sul Web, che non riesco a comprendere. Mi limito a notare, infine, che su questa faccenda è stato diffuso un comunicato stampa per condividerne le motivazioni con la comunità degli addetti ai lavori; inevitabile che si scateni interesse e commento.
In bocca al lupo per il futuro e grazie di essere intervenuto.
novembre 4th, 2011 at 12:48 pm
Ciao 30330
volevo far notare che quell’elucubrazione fatta da Mattia non ha alcun fondamento logico, non perché riguardi me e Hardware Upgrade ma in generale. Cambi i nomi, quanto da lui scritto non ha senso allo stesso modo.
Sulla politica di sviluppo di Monrif sul Web poni domande interessanti, e per rispondere vi sono implicazioni che, come dicevo prima, necessitano di essere “dietro le quinte”.
E’ vero quello che scrivi circa il togliere dal mercato un player da possibile interessamento di altri operatori, in prospettiva futura. Mi domanderei, fossi al tuo posto, se l’esito che tu vedi in questo comunicato stampa non sia magari la conclusione di un percorso di valutazione fatto con vari player del mercato. Aggiungo anche che l’attuale scenario del mercato, soprattutto nazionale, mi sembra ben lontano dal portare un operatore a eseguire manovre speculative e comunque dettate non da un chiaro disegno industriale (che vale tanto per chi acquista come per chi vende).
Tutto sempre e rigorosamente IMHO
novembre 4th, 2011 at 12:55 pm
Gossip ?
Questa è una notizia di 3 mesi fa !!
novembre 4th, 2011 at 1:40 pm
@Paolo Corsini: ringraziandoti anzitutto per i complimenti…, vorrei farti notare che ciò che ho scritto non solo ha senso logico (e pratico…), ma è una procedura che ho visto mettere in pratica in almeno 5 o 6 situzioni.
Naturalmente ti aguro che non sia il caso che ti riguarda e, infatti, ho precisato che, verosimilmente, non sarà questa la situazione.
Ma questo non significa che non sia una situiazione, in generale, possibilissima.
novembre 4th, 2011 at 1:56 pm
Mattia: la tua logica è la seguente
1) entra un nuovo socio
2) il nuovo socio fa in modo che nella socità da lui partecipata vi siano costi elevati
3) la situazione economica conseguente richiede un afflusso di denaro via aumento di capitale
4) l’aumento di capitare è oneroso per il socio “debole”, che non lo sottoscrive
5) il socio forte rileva la quota del socio debole.
Mettiamola in pratica
1) in Hardware Upgrade SRL entra un socio, Monrif.net, al 20%; il restante 80% è nelle mani del socio Paolo Corsini (che non è dichiarato ma facilmente deducibile: è e rimane amministratore delegato della società)
2) il nuovo socio vorrebbe far aumentare i costi in Hardware Upgrade SRL; questo può avvenire solo se l’amministratore delegato approva questi nuovi costi. E’ discrezione dell’amministratore valutare quei costi e capire se sono economicamente sensati e corretti in funzione dell’evoluzione della società.
Mi fermo al punto 2. Se l’amministratore è un bravo amministratore, valuterà in modo corretto costi addizionali per la società che amministra e agirà di conseguenza. Se un socio di minoranza propone all’amministratore di aumentare i costi, perchè dietro ha una dinamica perversa in mente che tu hai esemplificato, l’amministratore (che in questo caso è pure socio di maggioranza) deciderà se quei costi addizionali sono economicamente sostenibili e corretti nell’ottica dello sviluppo dell’azienda, considerando in questo sia la sua figura di amministratore sia quella di socio di maggioranza.
Da ultimo, con il 20% del capitare sociale puoi deliberare un aumento di capitale in una SRL dove il controllo del CDA è in mano al socio di riferimento?
Tu hai visto cose che non si applicano ad una società dove c’è una struttura amministrativa e di compagine societaria come in Hardware Upgrade SRL. Da questo ne deriva quanto ho scritto: la tua elucubrazione non ha alcun fondamento logico quando è applicata alle aziende delle quali stiamo discutendo. L’avrai vista (come l’ho vista io in tanti altri casi) applicata ad aziende che hanno una struttura differente da questa.
novembre 4th, 2011 at 2:24 pm
e’ vero che questi dati possono esser un po diversi dalla realta, ma sembra che il sito hwupgrade non se la passi bene in base ai visitatori unici http://goo.gl/dfmzL
novembre 4th, 2011 at 2:39 pm
Ciao Pluto
giusto qualche giorno fa stavo guardando quei dati e anche io mi sono sorpeso nel vedere quella curva in calo. Poi ho fatto un po’ di analisi e ho scoperto perchè: quei dati sono molto influenzati dalle posizioni adsense che vengono inserite nelle pagine e che sono collegate all’editore. Il periodo in cui quei dati calano corrisponde ad un importante cambio interno fatto alla nostra policy di gestione con riferimento ad Adsense, e con questo mi sono spiegato quella curva. Detto in altro modo, abbiamo erogato molto meno Adsense di prima.
Quella indicazione non trova riscontro con i nostri dati di traffico sia interni sia prendendo Analytics, che non hanno quella curva a scendere negli ultimi mesi. Credo onestamente che lo stesso tipo di andamento sia riscontrabile anche per altri che hanno attuato un approccio ad Adsense simile al nostro
novembre 4th, 2011 at 2:43 pm
@Paolo Corsini: perdonami, ma non capisco perchè tu voglia insistere sul fatto che il quadro che ho ipotizzato debba per forza essere ricondotto alla vostra operazione. L’ho prospettato precisando che certamente non sarà il caso vostro, tu lo hai poi ribadito e quindi siamo a posto.
Quindi abbiamo capito che l’accordo Monrif – HU ha altre motivazioni (che magari, così, a prima vista, possono anche sfuggire ai più, ma è un problema nostro) e che, mai e poi mai, si potrà prospettare la situazione da me ipotizzata (che, per la cronaca, IN GENERALE sia chiaro, è tutt’altro che illogica ed assurda): benissimo, ne prendo/iamo atto e ti rinnovo i miei auguri per il buon esito dell’accordo!
novembre 4th, 2011 at 3:02 pm
@Paolo Corsini: concordo con te nell’escludere che l’interesse di Monrif possa essere “speculativo”. D’altro canto ritengo che l’interesse industriale si possa pienamente perseguire solo con il controllo del business, e quindi delle aziende. Banalizzando: nella scelta di assegnazione di un budget ADV da 100 euro, magari RON, la concessionaria (di proprietà del socio di minoranza) indirizzerà verso i siti proprietà, dove detiene il 100%, oppure su una partecipata, dove detiene il 20%? Secondo me, a parte le dichiarazioni di principio e quanto necessario a coprire un ipotetico minimo garantito, sul primo.
Visto come hai esposto le cose, sembra anche a me impossibile una scalata interna ostile, a meno di una “tafazzata”
novembre 4th, 2011 at 3:06 pm
Ciao 30330
la tua considerazione sulla policy interna di dove destinare un investimento in adv tra partecipata e pura proprietà è corretta.
Sai però altrettanto bene che l’adv in questo mercato si ottiene in due forme
1) sei un player verticale nel settore, e lavori diretto con le aziende verticali di questo settore
2) hai una concessionaria che gestisce un network con volumi importanti, e quindi hai accesso a budget e pianificazioni orizzontali.
In quest’ottica il ruolo di Hardware Upgrade è ben chiaro per entrambe le tipologie. Per scelta Monrif non opera, o quantomeno non lo fa in questo momento, con un numero elevato di siti
novembre 4th, 2011 at 3:07 pm
Mattia: perdonami ma precisazione, ma se rileggi il tuo primo commento concorderai che quanto hai fatto è stato delineare uno scenario nel quale il tuo modello teorico viene applicato al caso concreto. Per quanto ho scritto prima spero si capisca che fare quella cosa conduce a conclusioni che sono, nel concreto, molto errate.
novembre 4th, 2011 at 4:11 pm
Per me si tratta di: ti compro il 20% per poter conoscere con calma l’impresa dall’interno, e poi eventualmente comprare la maggioranza o totalità, garantendomi nel frattempo che difficilmente ci saranno offerte concorrenti.
@Mattia
Senza riferirci a Monrif-Hwupgrade, ma in generale, tecnicamente come può un socio di minoranza far indebitare la società che non controlla? A me pare impossibile, ma non sono esperto in materia, e quindi chiedo lumi.
novembre 4th, 2011 at 6:58 pm
@Mattia
Mi associo a Michele e Paolo, anche secondo me hai detto una “minchiata” (con rispetto parlando): come può un socio al 20% imporre costi e aumento di capitale? In una srl con un altro socio all’80%? Impossibile.
Quello che dici può sicuramente succedere ma solo se il socio ha almeno il 50% delle quote: allora sì che avrebbe il potere di una simile decisione e se fosse un socio economicamente forte potrebbe cannibalizzare la quota degli altri soci nel caso in cui non riuscissero a sottoscrivere la loro parte di aumento di capitale.
novembre 4th, 2011 at 7:39 pm
Che poi stiamo sprecando la (rarissima e preziosa) presenza del protagonista di questo post andando fuori tema, io per primo.
Se ancora ti va di rispondermi Paolo Corsini, al netto delle dichiarazioni di prammatica lette nel comunicato, che cosa ti ha spinto a questa operazione? Molti editori web leggono questo blog e possono trarre utili spunti dalla tua esperienza.
novembre 4th, 2011 at 8:49 pm
Ciao 30330
mi piace definirmi come una volta ha fatto un amico inglese: nel web italiano sono quella che si potrebbe definire una “old fart”. In modo attivo lavoro ad Hardware Upgrade dal 1997, quindi di cambiamenti nel web nazionale posso dire di averne visti tanti.
In questi anni ho ricevuto diverse richieste di acquisizione da parte di realtà differenti; ho sempre rifiutato in quanto non interessato. Mi piace tutt’ora molto quello che faccio e forse se c’è qualcosa che penso di fare abbastanza bene è proprio quello che è il mio impegno giornaliero da 14 anni a questa parte.
D’altro canto l’evoluzione del web in Italia mi ha fatto valutare, negli ultimi 18 mesi, la possibilità di cercare una partnership societaria che fosse di natura non finanziaria ma industriale. Non cercavo per Hardware Upgrade un finanziatore – investitore ma una realtà con la quale poter lavorare ad un progetto. In questi mesi ne ho viste molte, stupendomi non poco di fronte al comportamento di alcune di queste (niente nomi, lascio tutto alla vostra immaginazione).
La mia scelta è stata quella di Monrif per svariate motivazioni, tra le quali la componente economica non è di certo la più importante (ma credo che questa, per quello che è il mio carattere, non lo sarebbe mai stata a prescindere).
Se hai domande specifiche alle quali posso rispondere (tu falle, ti dirò io al massimo se sono da no comment) ben volentieri.
novembre 5th, 2011 at 1:44 pm
@Adriano Cotella & Co.: sinceramente è una gara dura capèire chi, tra tutti, spara effettivamente delle minchiate(con tutto il rispetto, eh).
L’ipotesi illusrtrata da Mattia, in realtà, è tutt’altro che “illogica” o impraticabile: anzi, fermo restando l’esclusione del caso specifico di Monrif e HU (che tra l’altro, manco conoscevo, beata ignoranza…), come già precisato dall’amministratore del società editrice, è una delle mosse preferite dagi cosiddetti “squali” finanziari.
Ripeto e sottolineo, prima che Corsini si affretti a smentire, precisare, sottolineare, ecc.: CERTAMENTE NON SARA’ IL CASO DELL’INGRESSO DI MONRIF NEL CAPITALE SOCIALE della HU Srl.
Tuttavia, in generale, non serve un trattato di strategia delle partecpazioni societarie per capire che, l’ingresso di un’azienda di grandi dimensioni e con evidenti strategie di largo respiro,nel capitale di una piccola società, oltretutto con un andamento finanziario e patrimoniale in decisa perdita e con un capitale sociale completamente eroso dalle perdite (pari al 300% del medesimo e, quindi, con un’immediata necessità di ricapitalizzazione…), abbia ben poche interpretazioni.
Poi, certamente, per qualcuno, saranno minchiate (o peggio) anche le mie ma, come disse qualcuno, “chissenefrega”!
PS: ovviamente, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è del tutto casuale e involontario….
novembre 5th, 2011 at 2:31 pm
@Gibbo
allora giro a te la domanda.
Tecnicamente come può un socio di minoranza far indebitare la società che non controlla?
Non è una domanda retorica.
Grazie per l’eventuale risposta.
novembre 5th, 2011 at 2:42 pm
Gibbo: Michele domanda correttamente e ho la sensazione che sia tu sia Mattia prima abbiate preso un vostro presunto “modus operandi comune” e applicato a ogni caso.
Un socio di minoranza non può far indebitare una società che non controlla, a meno che l’amministratore della società non sia lui a cogliere positivamente questi inviti e a metterli in atto.
Alla stessa stregua, come può un socio di minoranza comandare un aumento di capitale necessario, nel vostro scenario, per far fronte al passivo generato dall’aumento sconsiderato dei costi sostenuti (e spinti sempre dal socio di minoranza)?
Mi hanno sempre insegnato che, se possibile, è bene parlare (in questo caso scrivere) quando si ha un po’ di consapevolezza di quello di cui si discute. Non perché, IMHO, siamo su un blog si può saltare questo approccio. In ultima analisi chi legge quanto ognuno di noi scrive può prendere per corrette analisi che vengono fatte e che sono frutto di elucubrazioni a dir poco errate.
Sarà perché sono una “old fart”, ma non ho mai pensato che blog = scrivo le prime “minchiate” che mi passano per la mente; a maggior ragione quando di un blog sono ospite.
novembre 5th, 2011 at 2:55 pm
@Michele: l’esempio era già incluso nel mio post precedente: se un’azienda di dimensioni rilevanti entra nella compagine di una società molto più piccola, magari in leggera crisi (con calo di fatturato, erosione del patrimonio netto e perdita tale da richiedere, nel brevissimo termine, a norma di legge, una ricapitalizzazione), non è necessario “farla indebitare”, perchè i debiti li ha già.
E, si sa, i debiti generano solitamente altri debiti che, prima o poi, qualcuno, cioè i soci, dovranno ripianare e, in quel momento, la differenza di peso specifico si farà sentire.
Basta solo aver pazienza…
Oltretutto, è ovvio che al nuovo socio venga chiesto, pro quota, di “garantire” i fidi eventualmente concessi dalle banche (che, a quel punto, avranno come naturale riferimento il socio “grande”, anche se dio minoranza), con tutte le consguenze del caso.
La tesi che un socio di minoranza sia effettivamente tale, vale quando i soci si “equivalgono” da un punto di vista dimensionale: ma se il socio di minoranza ha dimensioni multiple (centinaia di volte…) rispetto a quello “tecnicamente” di maggioranza, la storia di quella società è già scritta, perchè non si è mai visto un pesciolino rosso mangiarsi lo squalo bianco.
Mi stupisce, tuttavia, che operazioni di questo tipo vi sembrino così lontane dalla realtà, perchè, sinceramente, a me sembrano molto scontate
novembre 5th, 2011 at 3:00 pm
Michele: se ho una società come tu la configuri, con debiti, e faccio entrare un socio sarò un po’ oculato da non prendere solo soldi io, socio che ha ceduto parte delle quote, ma far entrare in azienda del capitale (ad esempio come sovrapprezzo azioni) che la aiuti, facendo versare questo al solo nuovo socio.
Ritorniamo alla domanda precedente: tecnicamente come può un socio di minoranza comandare un aumento di capitale che il socio di maggioranza non vuole sottoscrivere?
novembre 5th, 2011 at 3:02 pm
@Paolo Corsini: mi tocca quotare Mattia, quando dice che ti senti tirato in ballo ogni volta.
Non è il vostro caso, lo sappiamo tutti, lo hai detto, scritto, precisato e sottolineato 1000 volte: ok, messaggio ricevuto.
Ma abbiamo altrettanto precisato che si sta ragionando in generale, approfittando dell’argomento proposto da Luca Lani che, incidentalmente, riguardava l’operazione Monrif – HU.
Oppure prima di scrivere una qualsiasi opinione, dobbiamo chiederti il permesso oppure spendere righe e righe per precisare che non parliamo di te??
E, comunque, lasciamelo dire, non trovo corretto che tu, ad ogni post, non perda occasione per insultare chi si è permesso di esprimere, semplicemente, una propria, LEGITTIMA, opinione e, francamente, mi sembra che le “minchiate” le scrivi tu prima di altri.
novembre 5th, 2011 at 3:26 pm
Gibbo: non sto parlando di Hardware Ugrade – Monrif, sto parlando in generale quando dico che il vostro ragionamento è sbagliato. Dato che si è partiti discutendo di società con ingresso di un socio di minoranza, quanto scrivete non ha alcun senso. Rileggiti il primo post di Mattia, che parla di “si entra con una quota modesta” e da quello esprime il suo ragionamento.
Se parli di soci “forti” con il 50%+1 delle quote societarie allora gli scenari che descrivete possono teoricamente verificarsi, ma non quando hai un socio di minoranza che vuole con il suo comportamento spodestare l’altro.
Non devi scrivere chiedendo di certo il parere a me
; sostengo che se si vuole parlare di qualcosa è bene farlo con nozione di causa. Libertà di parola, IMHO, non impica lo scrivere della prima cosa che mi passa per l’anticamera del cervello.
Si sta parlando di scenari con società con partecipazioni di soci “forti” con quote di minoranza, e da questo avete ricavato un ragionamento che è errato. Rimando alla domanda legittima di Michele: dando risposta a quella confermeresti che il vostro ragionamento è sbagliato.
Specificami anche dove ti avrei insultato in qualche modo, così da potermi scusare: non è mia abitudine insultare gli altri, soprattutto dietro ad uno schermo. A meno che tu non consideri un insulto l’indicare un pensiero altrui come sbagliato, in quanto basato su presupposti errati.
novembre 5th, 2011 at 4:40 pm
“se un’azienda di dimensioni rilevanti entra nella compagine di una società molto più piccola, magari in leggera crisi (con calo di fatturato, erosione del patrimonio netto e perdita tale da richiedere, nel brevissimo termine, a norma di legge, una ricapitalizzazione), non è necessario “farla indebitare”, perchè i debiti li ha già.”
@Gibbo
Giusto, però il tuo ragionamento presuppone che lo squalo conosca e sappia prevedere fin troppo bene le mosse del pesce e il suo stato di salute.
Può bastare poco per far saltare una strategia che costa ben il 20% 30% ecc. del valore della società.
A iniziare dal far entrare il nuovo socio con un aumento di capitale piuttosto che con la vendita di quote, risolvendo così già subito il problema dei debiti.
Al tempo stesso lo squalo di minoranza si espone al rischio che il pesce di maggioranza prenda decisioni opportunistiche che vanno a suo discapito.
Mi sembra un po’ fantafinanza, però interessante, se hai altri elementi a supporto, ben lieto di ascoltarli ed eventualmente discuterli.
@Paolo
Quoto quello che dici nei contenuti, non condivido invece il modo … non facilita una costruttiva discussione.
novembre 5th, 2011 at 4:58 pm
@Paolo Corsini: mi spiace, ma ti assicuro che il nostro ragionamento (inteso come mio e di Mattia), non è affatto sbagliato, al massimo è differente dal tuo
Nei miei post precedenti (ma mi sembra anche in quelli di Mattia), sono chiaramente esemplificati alcuni (e solo alcuni!) dei casi in cui un socio di minoranza può assolutamente “mettere in crisi” quello di maggioranza, ma se non li hai capiti forse li ho mal espressi: pazienza, sarà per la prossima volta
Se, a maggior ragione, il socio di minoranza è anche molto, ma molto molto più grosso di quello di maggioranza, allora i “giochi” si fanno ancora più semplici (per lui, ovviamente)
Se, infine, solo per fare un esempio, l’azienda in cui lui decide di investire è piccola (o, addirittura, molto piccola rispetto a lui) e, giusto per non farsi mancare niente, anche in fase critica, con perdite di esercizio elevate (rispetto al capitale sociale) e patrimonio netto in flessione, allora, almeno per la mia esperienza, il quadro dell’operazione ha davvero poche letture.
Mi sembra, in ogni caso, che l’argomento, in generale, non meriti ulteriori approfondimenti.
Good luck!! ;D
novembre 5th, 2011 at 5:29 pm
Ciao Gibbo
domanda: come fa un socio di minoranza, per quanto potente, influente e ampio, a deliberare un aumento di capitale che è economicamente insostenibile per il socio di maggioranza?
Altra domanda: come fa un socio di minoranza, per quanto potente, influente e ampio, a poter gestire la dinamica dei costi di un’azienda quando non ne è lui, o persona a lui riconducibile, l’amministratore delegato, che è invece il socio di maggioranza (definito debole in questo caso) in persona o persona a lui direttamente riconducibile?
La risposta ad entrambe le domande è no, e da questo ne deriva la non correttezza di quanto hai affermato sopra assieme a Mattia.
Nei tuoi esempi precedenti un socio di minoranza comanda un aumento di capitale che mette in crisi economicamente il socio di maggioranza. Ma se quest’ultimo possiede il 50%+1 dei diritti di voto in CDA, come cappero fa la proposta di aumento di capitale a passare?
Negli altri esempi fatti l’aumento dei costi spinto dal socio di minoranza implica che questo amministri la società. Ma se è socio di minoranza molto difficilmente (ipotesi sulla carta tecnicamente possibile ma sfido a trovarmi un esempio pratico di società con amministratore che è emanazione di un socio di minoranza) potrà avere l’amministrazione della società, e quindi deciderne la politica dei costi.
novembre 5th, 2011 at 5:34 pm
Dimenticavo:
“Mi sembra, in ogni caso, che l’argomento, in generale, non meriti ulteriori approfondimenti.”
L’argomento è tecnico e didattico, non stiamo parlando delle aziende citate nel pezzo di Luca, ma credo sia interessante.
A mio avviso, e le domande poste anche da Michele e ancora senza risposta lo dimostrano, si cerca di sviare un dato per me importante: sono state fornite nei commenti informazioni non corrette che se lette da chi non è dentro la materia portano a conclusioni errate.
L’argomento, IMHO, merita quindi tutto l’approfondimento del caso sino a quando quello che a mio avviso (e non solo a mio avviso) è errato viene spiegato e correttamente riposizionato.
Al massimo Luca può bacchettare perché siamo OT; se un contributo in ogni caso aiuta a migliorare la preparazione di chi legge (oltre che di tutti coloro che attivamente partecipano) ben venga.
novembre 5th, 2011 at 6:36 pm
@Paolo
Io una logica credo di averla capita (bisogna decifrare un po’) ma è valida solo se c’è una società già molto indebitata, o sta per diventarlo per via di continue perdite d’esercizio.
SQUALO compra quota minoranza della società PESCE e accetta di garantirne i debiti.
Chi è che comanda quando ci sono tanti debiti? Non CAPO, ma BANCA.
BANCA per trovare una soluzione si accorda con SQUALO che è l’unico in grado di dare solide garanzie e di dare una svolta alla società.
A questo punto BANCA “suggerisce” a CAPO quello che SQUALO vuole, e che salvaguarda BANCA (aumento di capitale e/o altro).
E se CAPO rifiuta la proposta di BANCA, BANCA non rinnova i prestiti fatti a PESCE.
Così mi sembra che quadri, giusto?
Ma è corretto in uno scenario estremo del genere (tanti debiti) chiamare il nuovo socio SQUALO invece che SALVATORE?
Non hanno invece spiegato come, secondo loro, SQUALO può far indebitare PESCE, se questo è ancora sano.
@Mattia @Gibbo lo dite?
novembre 5th, 2011 at 7:00 pm
Ciao Michele
quella che sintetizzi è la logica che espone Gibbo, ma ci sono alcuni elementi non chiari. Se un socio entra acquistando il 20% di una società, nella formula più semplice liquida la quota al socio che vende; di conseguenza in società non entra un Euro.
Si può invece operare un ingresso di socio di minoranza con aumento di capitale, allora il patrimonio della società si rafforza, o con sovrapprezzo azioni (anche in questo caso la società ne beneficia), con o senza liquidazione di una somma al socio che vende.
Nel primo caso una posizione debitoria della società rimane; negli altri due invece viene sicuramente alleggerita dal rafforzamento patrimoniale.
In entrambi i casi, tuttavia, il socio di minoranza tale è e rimane: l’amministrazione, per logica, spetta al socio di maggioranza. Se nell’atto di acquisto si decide che l’AD è legato al socio di minoranza allora sarà l’operato dell’AD che sposterà in modo naturale l’operato della società a favorire il socio di minoranza.
L’esempio della banca che illustri è a mio avviso corretto, ma mi sembra abbia più attinenza (con tutto il rispetto) con il lavoro di un commerciante che si fa affiancare da un socio che a quello di un’attività d’impresa più strutturata, pur se di dimensioni (leggi: fatturato) non elevati in assoluto.
Mattia ha sostenuto inizialmente che un socio di minoranza forte possa scalare la società facendola indebitare e portando ad un aumento di capitale che non può essere sottoscritto, per la portata economica, dal socio originario. Abbiamo già detto del resto che questo non è applicabile, in quanto l’aumento di capitale non può essere richiesto da chi è in minoranza nel CDA e inoltre pare poco plausibile che un AD che si riferisce al socio di maggioranza operi una gestione delle spese non giustificata per cercare di mettere il socio di minoranza in una posizione a lui favorevole.
“Non hanno invece spiegato come, secondo loro, SQUALO può far indebitare PESCE, se questo è ancora sano.”
Prescindendo dal fatto che è difficile far indebitare PESCE se questo non è sano, non hanno risposto semplicemente perchè non c’è risposta. Non puoi comandare, in minoranza, un aumento di capitale e non puoi gestire l’amministrazione della società (a meno che, scenario del tutto ipotetico, il socio di minoranza non sia di riferimento per l’AD).
novembre 7th, 2011 at 7:12 am
Bah io credo che sia un modo da parte di MONRIF di avere contenuti e per SPE di avere clienti e per QNET avere know out. Del resto HU deve rendere conto dei movimenti aziendali prodotto/clienti, anche se ha ceduto solo il 20%. Valutate le strategie di HU dopo qualche anno non è detto che Monrif dia il benservito cedento la quota e facendo in proprio uno o più prodotti simile (facendo un bagno di sangue visto i risultati degli ultimi anni su tutti i fronti). Le dinamiche su prodotti internet sono diverse da quelle degli old media (tutti: radio,tv,stampa) dove i costi per le start up erano e rimangono elevatissimi.
novembre 8th, 2011 at 1:05 pm
Vi segnalo il post del Tagliaerbe che offre una lettura più ampia della questione…: http://blog.tagliaerbe.com/2011/11/carta-salvera-web.html
Aggiungo che le considerazioni di Gibbo e C. non sono comunque campate in aria, poiché chi detiene la minoranza ma controlla la concessionaria adv (che spesso costituisce la prima fonte di reddito per i piccoli editori) ha comunque in mano una leva che vale nella pratica più della percentuale di quote…. ma sicuramente queste cose le conosciamo tutti, quindi anche Corsini che nel caso specifico avrà preso le dovute precauzioni.
Valutando le dimensioni WEB delle due compagini http://www.shinystat.com/it/top.html c’è da dire che una unione del genere fatta con cognizione di causa (leggi precauzioni da entrambi i lati) possa comunque portare a sinergie che saranno premianti se si sapranno sommare le rispettive competenze.
Insomma, un in bocca al lupo ad un editore web che ha fatto tanto online e che non deve prendersela se si parla di HwU perché vuol dire che è una realtà e non certo che si vuole fare delle critiche alla persona “Paolo Corsini” (che in effetti su queste pagine appare… come dire… un poco permaloso, ma non avendolo conosicuto di persona sicuramente è solo il mezzo elettronico che ne farsa la percezione).
P.S.: complimenti a Luca per i suoi “gossip” azzeccati!
novembre 9th, 2011 at 10:40 am
Ciao Snipers
scrivi:
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Aggiungo che le considerazioni di Gibbo e C. non sono comunque campate in aria, poiché chi detiene la minoranza ma controlla la concessionaria adv (che spesso costituisce la prima fonte di reddito per i piccoli editori) ha comunque in mano una leva che vale nella pratica più della percentuale di quote…. ma sicuramente queste cose le conosciamo tutti, quindi anche Corsini che nel caso specifico avrà preso le dovute precauzioni.
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Giusta osservazione che apre alcune riflessioni.
1) socio di minoranza che gestisce la concessionaria (ops, il mio caso
): tu sostieni che può essere un limite in quanto il socio di minoranza ha una leva sostanziosa in mano. Concordo con questa cosa, ma d’altro canto un socio che controlla la concessionaria avrà tutto l’interesse a promuovere vendite anche a favore delle properties della società che partecipa: se vende 10€ di adv al netto delle OC avrà, ipotizzando una ripartizione al 50%, un fatturato di 5€ per se e di 5€ per la partecipata, con quindi riconducibilità di una componente pari a 5€ per la quota di partecipazione alla società
Se faccio crescere di valore un socio, cresce di valore la mia quota di partecipazione a prescindere da quale essa sia oltre ad aumentare il mio fatturato direttamente. Se faccio crescere di valore un editore mio cliente aumento il mio fatturato e basta.
Il caso limite è ovviamente quello della concessionaria che è anche proprietaria di realtà editoriali: in quel caso il beneficio è pieno dal punto di vista economico.
In sintesi, secondo me, molto dipende da chi è la concessionaria e chi è l’editore: ci sono notevoli elementi di lavoro congiunto che si possono sviluppare e che portano a risultati apprezzabili per entrambe le parti, che singolarmente prese non sarebbero riuscite a portare a casa.
2) Vi sono alcune tipologie di campagne che, in un network di concessionaria, possono andare solo su alcune tipologie di siti. Questo è un punto di forza, e allo stesso tempo il principale limite, delle realtà editoriali verticali rispetto ai generalisti. Se in una concessionaria hai un certo numero di siti che sono confrontabili per tipologia ed audience, c’è cannibalizazione inteerna e vince sempre il sito che è più legato, come proprietà, alla concessionaria (per le considerazioni espresse prima). Se il network vede pochi player ben distinti questo non si verifica, a prescindere da quale sia la nicchia verticale della specifica campagna in oggetto.
3) vero che la concessionaria costituisce la prima fonte di reddito degli editori piccoli, ma questo in generale vale per tutte le realtà editoriali a prescindere dalla dimensione. La sfida è quella di avere più raccolta possibile cercando di avere più fonti.
Che la concessionaria debba essere quella come volume principale non ci piove; che si possa fare in modo che il suo peso non sia schiacchiante è la vera sfida non per timore del peso della concessionaria quanto come approccio più corretto alla raccolta di fatturato.
Le considerazioni di Gibbo e C., in ogni caso, sono altre: loro sostengono che un socio di minoranza in una società possa controllarne l’amministrazione, intervenendo sulla politica dei costi, e possano comandare aumenti di capitale. E’ stato chiesto come possa fare ma la domanda è retorica; infatti non hanno ancora risposto, perchè implicherebbe scrivere che hanno fatto confusione e quanto descrivono è uno scenario non realizzabile.
Solo una precisazione: non me la prendo se si parla di Hardware Upgrade, figuriamoci. Se paio permaloso mi dispiace, non è questo il mio intento: al massimo sono un pignolo e reagisco come sopra quando leggo cose non corrette spacciate per vere, anche quando oggettivamente tali non sono. Il mio voler precisare, infatti, riguardava il discorso generale fatto prima che esulava dal caso Hardware Upgrade – Monrif.
novembre 9th, 2011 at 2:50 pm
@Paolo Corsini: mi ero riproposto di non postare più su questo argomento, anche perché, checché tu ne dica, ritengo di aver portato concreti esempi di come, quando e perché un socio di minoranza può, quanto meno, influenzare quello di maggioranza, ma mi rendo conto che o non li hai letti, o non li ho espressi talmente male da renderli poco comprensibili…
Ma pazienza: confermo ogni mia parola e sono assolutamente certo di quanto ho affermato, almeno fino a prova contraria.
Ecco: la prova contraria, secondo me, è quella che manca.
Quindi, essendo un convinto assertore che si possa sempre cambiare idea quando ci si rende conto, effettivamente, di aver sbagliato, mi farebbe davvero piacere se potessi dare una spiegazione a delle normali curiosità che nutro sull’operazione che ti ha coinvolto e che, anche se abbiamo fatto di tutto per non “coinvolgerla” nella discussione aperta da Luca, i tuoi puntuali interventi l’hanno, invece, ampiamente ri-coinvolta
Quindi, prendendo alla lettera la frase conclusiva del tuo post del 4 novembre scorso, in risposta a @30330 e, cioè, “…Se hai domande specifiche alle quali posso rispondere (tu falle, ti dirò io al massimo se sono da no comment) ben volentieri.”, provo a esporti alcune riflessioni alle quali mi piacerebbe (non per mera curiosità gossippara, ma per imparare qualcosa di nuovo).
Perché, quindi, una società come Monrif, ad un certo punto ha deciso di investire pochi soldi (come affermato nel comunicato stampa), acquistando il 20% (il cui valore nominale, al lordo delle perdite, è di € 3.000) del capitale sociale di una piccola (rispetto a Monrif) società editrice, il cui bilancio è in peggioramento e le cui perdite, nel 2010, hanno raggiunto un livello tale da aver completamente eroso il capitale sociale, rendendo obbligatorio, come previsto dalla legge, l’abbattimento del capitale stesso e la sua ricostituzione entro e non oltre l’esercizio successivo (cioè quello in corso)?
Come mai Monrif, come fa la stragrande maggioranza dei grandi editori, non si è limitata ad una normale partnership che prevedesse l’aggregazione di HU nel network Monrif o, comunque, l’integrazione dei contenuti?
Che spiegazione logica dai a tutto questo?
Ecco, dopo essermi riletto il comunicato stampa ed i commenti postati dagli avventori (tu compreso, ovviamente) di questo, sempre utilissimo, blog, non sono ancora riuscito a capirlo, almeno partendo dal presupposto da te più volte ribadito e, cioè, che non si tratta di un ingresso “finanziario”, ma strategico.
Puoi gentilmente spiegare anche a me la logica di questa operazione?
Grazie…
novembre 9th, 2011 at 3:45 pm
Ciao Gibbo
scrivi
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Perché, quindi, una società come Monrif, ad un certo punto ha deciso di investire pochi soldi (come affermato nel comunicato stampa), acquistando il 20% (il cui valore nominale, al lordo delle perdite, è di € 3.000) del capitale sociale di una piccola (rispetto a Monrif) società editrice, il cui bilancio è in peggioramento e le cui perdite, nel 2010, hanno raggiunto un livello tale da aver completamente eroso il capitale sociale, rendendo obbligatorio, come previsto dalla legge, l’abbattimento del capitale stesso e la sua ricostituzione entro e non oltre l’esercizio successivo (cioè quello in corso)?
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Hardware Upgrade SRL aveva, e ha, riserve in bilancio ben più elevate dell’ammontare dela perdita di esercizio registrata nell’anno 2010. Dato che ti sei guardato il bilancio, fallo fino in fondo: non c’era bisogno di ricapitalizzare, e anche se fosse stato questo doveva avvenire entro la metà dell’esercizio 2011, non a Ottobre (sempre che ricordi bene, posso sbagliarmi su questo orizzonte temporale).
Detto in altri termini, l’ingresso di Monrif non ha nulla a che vedere con il risultato 2010 (anche perché i discorsi con loro sono iniziati ben più di 12 mesi fa).
Perché hanno investito? Premettendo che a me piaciono le società in utile (e con gran giramento di scatole l’anno scorso abbiamo chiuso non in questo modo) e che con questo obiettivo devono venir amministrate, perché credo che Monrif abbia visto in Hardware Upgrade più dei dati di bilancio.
Società come questa, come del resto sono la stragrande maggioranza dei piccoli editori web, hanno vero valore che è oltre il risultato di bilancio. Con questo non voglio assolutamente sminuire i numeri, ma queste sono aziende con una parte patrimoniale molto snella che hanno valore in quello che per noi addetti ai lavori è misurabile (utenti, penetrazione nel mercato, brand, hnow how, posizione rispetto ai competitor), ma che non lo è così facilmente per chi proviene da attività d’impresa più classiche.
Monrif non ha scritto di aver investito pochi soldi, come tu riporti; nel C.S. c’è scritto
“non ha avuto impatti finanziari significativi”
Casomai bisognerebbe quantificare che cosa è un evento, per Monrif, che ha un impatto finanziario significativo, ma non credo che io tantomeno tu siamo nella posizione di poterlo valutare correttamente. Vabbé, forse io un po’ di dati in più li ho ma su questo no comment
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Come mai Monrif, come fa la stragrande maggioranza dei grandi editori, non si è limitata ad una normale partnership che prevedesse l’aggregazione di HU nel network Monrif o, comunque, l’integrazione dei contenuti?
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Premesso che non parlo per loro, in quanto non sarebbe corretto, rispondo con il mio punto di vista: perchè l’editore non era interessato ad una partnership di contenuti fine a se stessa. Non ho mai cercato questo tipo di accordo per Hardware Upgrade, in quanto non ci ho mai visto del valore.
Dato che sono un pignolo, con riferimento a quelle affermazioni che vi contesto Mattia scrive, nel post n° 2
“Ergo, si entra con una quota modesta (in realtà, con l’attuale normativa societaria, è sufficiente possedere più del 2% per “ropomere le scatole”), si fa in modo che la società, nel breve periodo, magari con la scusa della crescita, accumuli un po’ di debiti (che poi farà fatica a ripagare) e quindi si è obbligati a deliberare un bell’aumento di capitale sostanzioso che, presumibilmnete, solo il “socio forte” (economicamente, anche se di minoranza) può sottoscrivere e ci si porta a casa la maggioranza”
Tu, nel post n° 19, intervieni dicendo
“L’ipotesi illusrtrata da Mattia, in realtà, è tutt’altro che “illogica” o impraticabile…”
Mattia afferma un concetto, che abbiamo spiegato essere sbagliato, concetto che tu confermi e avvalori. O Mattia, e tu di conseguenza, ha ragione in quello che scrive e che qui sopra per comodità ti ho riportato, oppure Mattia ha torto. Questo si deriva semplicemente rispondendo alla domanda
“come può un socio di minoranza comandare un aumento di capitale?”
Se la risposta positiva c’è, avete ragione voi. Se la risposta è negativa, Mattia ha scritto una cosa non corretta e altrettanto non corretto sei tu quando sostieni che la sua ipotesi è “logica e praticabile”.
Passo per rompiballe su questa cosa? Perdonami, ma mi rendo conto di esserlo su questa cosa. Tolto questo, sono un bravo ragazzo, lo giuro
novembre 14th, 2011 at 11:45 am
@Paolo Corsini: secondo me la differenza che vedi tra “attività d’impresa più classiche” e, ergo, “moderne” è inesistente. Il tuo business, tolto il mezzo attraverso il quale viene diffuso, non è meno antico di chi stampa giornali e vende pubblicità dall’Ottocento. Ormai la pubblicità sul Web ha più di 15 anni e mostra la corda su diversi piani. Non proprio una novità dell’ultimo anno dunque. La tua mi sembra una visione un po’ anacronistica, da “New economy”, fortunatamente seppellita da un bel pezzo. Possiamo filosofeggiare su aziende “antiche” e “moderne”, ma tutte si confrontano con bilanci e sono nate per creare valore economico. Dopo tutti questi post ho imparato moltissimo sull’ingegneria societaria, ma non ho ancora capito cosa abbia spinto Monrif ad un’operazione a metà, se non qualche vaga dichiarazione di massima. A questo punto vederemo che sarà del vostro progetto comune tra un anno.
Dai ammettilo, potevano evitarsi quel “non ha avuto impatti finanziari significativi”, che appare riduttivo del valore della quota di azienda acquisita. Non un modo elegante di presentarsi al Mercato.
novembre 14th, 2011 at 12:46 pm
Scusa 30330, ma tu che ricetta vedresti per un prodotto che è leader del suo settore? Non conosco bene l’area della tecnologia, ma mi pare che HU sia numericamente il n°1 nel suo settore, quindi una volta che uno ha raggiunto la vetta in termini di utenza, cosa deve fare? Se persone in target da raggiungere non ce ne sono più, che si fà, si aumentano le posizioni pubblicitarie???
In teoria non si dovrebbe provare a diversificare e differenziare? quindi una eventuale partnership con un soggetto che ha qualità differenti non mi pare una scempiaggine, o no?
Se poi il problema nello specifico è Monrif (e le sue motivazioni nell’operazione, che a mio parere sono semplicissime e vanno ricercate soprattutto nei numeri che porta in dote un sito come HW) allora non entro nel merito perché non ho granché da aggiungere, ma se il discorso è più generale e parliamo di una “azienda web” che è cresciuta e che oggi prova a percorrere nuove strade allora mi interessa capire da altri editori web quali sono le strategie alternative a quella di farsi affiancare da un partner “grosso”.
P.S.: e non mi dire “fare acquisizioni” che di soldi gli editori web non ne hanno
)))
novembre 14th, 2011 at 1:34 pm
affermare che “L’investimento non ha avuto impatti finanziari significativi…” è evidentemente è un “must” nei comunicati di Monrif Net Srl (dove, forse per risparmiare tempo si lavora evidentemente di copia-incolla
), come si evince anche dal comunicato con cui la società di Bologna ha annunciato l’acquisto del 25% del sito motorionline.com (http://archivio.monrifgroup.net/wp-content/blogs.dir/4/files/2011/11/comunicato-stampa-Motorionline.pdf ) 
novembre 14th, 2011 at 2:17 pm
@Snipers: avrebbero potuto fare acquisiz… ops
La mia curiosità riguarda la strategia di allargamento sul Web di Monrif. E’ un’operazione sui generis rispetto ai competitor: non un modello concessionario/aggregativo alla LeonardoADV (mutuato da molti negli ultimi due anni) né un modello annessionistico alla Edmaster. Un po’ e un po’, con un risultato finale che potrebbe prendere il meglio dai due modelli, o anche il peggio.
Sul tema di cosa possa fare un editore (non di HardwareUpgrade nello specifico), io ritengo che l’aspetto commerciale troppo spesso sia trascurato nelle società editoriali, soprattutto se nate negli anni del “Far Web”. Questo per diverse ragioni, che io ritengo per lo più ideologiche. Poi, liberato dalla tara mentale del banner visto come intruso (controsenso per chi vive di pubblicità e che, di conseguenza, rende anemici i bilanci), valuterei se seguire una strada autonoma (la decimillesima piccola concessionaria) o un buon accordo con una realtà solida dell’ADV. In entrambi i casi mi doterei, oltre che di ottimi autori/editor, di collaboratori capaci di sviluppare l’aspetto commerciale. Nel caso di HardwareUpgrade avere una linea clienti diretti interna all’editore è certamente positivo.
novembre 14th, 2011 at 3:37 pm
@30330: la tua tesi è condivisibile, peccato che, a mio modesto parere, sia difficilmente applicabile.
Sappiamo bene, infatti, quali sono le difficoltà (ataviche!) che gli editori (i piccoli, ovvio) incontrano nelle partnership con le loro concessionarie, ma forse giova ricordale: assenza, quasi totale, di minimi garantiti e ricavi net net ridotti all’osso, spesso del tutto insufficienti a sostenere la normale attività, ma certamente assolutamente insufficienti a garantirne gli investimenti e, quindi, lo sviluppo (per tacere del fatto che, in moltissimi casi le concessionarie pagano a babbo morto, con negativissime ricadute anche sulla liquidità aziendale e sul rapporto tra editore e banca, presso cui ha scontato la fattura della concessionaria….).
Il problema, però, è che anche la scelta di dar vita a micro-concessionarie interne è, molto spesso, inapplicabile per alcuni fattori, a mio avviso fondamentali:
a) i venditori costano (e i primi 10 – 12 mesi costano e basta!);
b) di bravi sales, in realtà, ce ne sono pochi e quei pochi sono normalmente già accasati e, in ogni caso, costerebbero troppo;
c) anche siti verticali leaders, venduti da soli, sono troppo deboli per reggere seriamente la concorrenza di network editoriali e/o pubblicitari.
d) per allestire e coordinare una rete di sales, serve un ottimo manager (anch’esso introvabile e, comunque, costosissimo), ed un’attenta azione di supporto che obbliga ad investimenti di marketing e comunicazione che ben pochi “piccoli editori” possono permettersi.
Ergo, si ritorna da capo (concessionaria) e si ricomincia (cioè pochi ricavi netti per gli editori, impossibilità di investimenti, eccetera eccetera…)
Il problema è che molti di noi sono prigionieri di un circolo vizioso, da cui è estremamente difficile (e pericoloso!) uscire.
Resta, quindi, la strada dell’aggregazione per sperare nella crescita: casomai il problema è capire con chi conviene aggregarsi.
Ritengo, infatti, che uno degli ostacoli principali all’interruzione del circolo vizioso che ho appena descritto, risieda nel fatto che, solitamente, i piccoli editori diffidano dai loro simili e/o ne siano gelosi/invidiosi e, scioccamente, tutti puntano ad accordi (di qualsiasi tipo!) con i big, visti come il “socio forte” (anche se di minoranza…) in grado di coprirti le spalle e garantirti un futuro.
Ritengo, invece, che se gli sforzi si indirizzassero verso la creazioni di network (editoriali o almeno commerciali-pubblicitari) tra siti verticali (di varie dimensioni, ma in grado di garantire una minima qualità del prodotto), ci sarebbero maggiori risorse anche per quegli editori che, altrimenti, ne resterebbero ai margini o addirittura escluisi.
Ma, ovviamente, anche questa strada presenta alcuni ostacoli:
) di questi editori che spesso, con un po’ di presunzione, sono convinti di essere i migliori e di non aver bisogno di nessuno!!!
a) per creare un network (editoriale o commerciale) serve un “network leader” in grado di aggregare i siti secondo una precisa strategia, garantendo ad ognuno il giusto riconoscimento economico del proprio valore ma, soprattutto, la giusta prospettiva di sviluppo, pur nella permanenza della propria autonomia editoriale;
b) serve, soprattutto, un piccolo (ma estremamente saggio…) passo indietro (o di lato, se preferite
E’, quindi, evidente che, in mancanza di queste prospettive, tutti cerchino di salire sul carro dei big, magari anche con mosse un po’ avventate e con poco senso, pensando, in questo modo, di chiudere il miglior affare della loro vita….
Auguri.
novembre 14th, 2011 at 6:51 pm
@Gibbo: condivo tutto. Ma visto che una parola di speranza va sempre data in tempi bui come questi, provo ad individuare qualche elemento positivo.
Ultimamente mi sembra che i minimi garantiti non siano più un tabù. A seguito della forte concorrenza tra grandi concessionarie già strutturate sul Web e concessionarie off-line desiderose di recuperare il tempo perduto, anche siti che qualche anno fa erano considerati di serie C (le terze scelte), oggi ottengono minimi garantiti. Magari non altissimi, ma comunque li ottengono se l’editore è “sveglio”, sa trattare e magari accetta la magica barretta sopra il suo logo pretesa da Audiweb per le aggregazioni.
Di per sé, il minimo garantito non risolve la questione della crescita degli editori. Al massimo dà un po’ di fiato e qualche incertezza in meno, ritardi di pagamento permettendo.
La soluzione che ha indicato Corsini è saggia: l’editore verticale tiene per sé il rapporto con i clienti di riferimento, la concessionaria si occupa dei rapporti con i CM, in una sorta di “tenaglia” dove ognuno, in caso di rottura, avrebbe qualcosa da perdere. Questo però presuppone una collaborazione tra concessionaria ed editore che non sempre si ottiene. E comunque, tornando al mio precedente intervento, l’editore non dovrebbe delegare tutta la raccolta alla concessionaria, ma dovrebbe avere figure interne che gli garantiscano il know-how, qualunque cosa succeda.
Il fare network tra editori è una spinta naturale, come è naturale, al dunque, traccheggiare, fare dietrologia e finalmente esprimere un liberatorio: “meglio soli!”. In questo limite umano (particolarmente forte in Italia) sta anche la forza dei grandi, che ne approfittano e quando decidono, comprano cash senza troppi giri di parole.
novembre 14th, 2011 at 9:56 pm
scusate sapete indicarmi chi sono i clienti diretti che pianificano su web senza centro media?
novembre 14th, 2011 at 10:41 pm
non saprei ma spero sempre di più!
novembre 14th, 2011 at 10:51 pm
@CentroMeda
Dipende dal calibro.
MW ad esempio pianifica senza centro media
novembre 15th, 2011 at 9:35 am
@Centro Media Boy: nei settori verticali (edilizia, informatica, arredamento ecc.) il “sottobosco” di piccoli investitori nazionali, soliti concentrare il budget sulle nicchie, è molto affollato. In passato riempivano riviste cartacee, oggi o si sono completamente trasferiti (Informatica) o dividono la torta con il Web. Poi c’è il tema della raccolta locale. Per esempio nel settore automotive, alcuni grandi concessionari di auto hanno budget da far invidia a certi presunti big spender nazionali (l’azienda del proprietario di questo blog ci ha costruito un business plan, sulla raccolta locale.
Questi clienti dovrebbero rimanere sull’editore specializzato, in modo che nessuno glieli tocchi. E poi chi meglio di lui saprebbe venderli? Sui nazionali, invece, andrebbe fatta quella “tenaglia” di cui parlavo: la concessionaria sollecita il CM e l’editore il cliente, più disposto ad ascoltare un giornalista che un agente di vendita. In questo modo, avendo un canale aperto con l’investitore, sarà più difficile per il “Centro Media Boy” di turno cavarsela con un vago “il cliente ha tolto il sito dal piano. Sorry”
novembre 15th, 2011 at 9:40 am
@30330
“il cliente ha tolto il sito dal piano…”
riposta:” no dai non fare così ti do il 98% di DN”
CM “ah ok allora è un altro discorso… ”
novembre 15th, 2011 at 10:56 am
@30330: un conto è costruirci un business plan, un altro è camparci….
bisogna essere realisti: la raccolta locale funzionicchia solo in certe regioni e, in particolar modo, in certe città e/o aree metropolitane.
Per il resto è pressochè vicina al nulla.
Senza dimenticare, però, che anche nelle aree “fortunate”, resta altissima la percentuale di insoluti che, di fatto, fa la definitiva differenza.
novembre 15th, 2011 at 11:02 am
@Sara: sulla dimensione e le opportunità della locale il più titolato a rispondere è certamente Luca Lani (sicuramente più di me). Sarebbe interessante un suo punto di vista rispetto a ciò che hai scritto, anche perché gli investimenti che ha raccolto intorno a Citynews sono importanti, segno che quantomeno i VC, oltre ai fondatori ovviamente, credono in questo modello. Ma forse interverrà solo per dirci che siamo off-topic
novembre 15th, 2011 at 11:24 am
tra l’altro il budget di MW sul web è tra i più elevati…
novembre 15th, 2011 at 12:22 pm
@Sara
Di locale per camparci ci campi e anche bene. Considera 2 fattori importantissimi:
1) la stampa sta perdendo il 10% delle copie all’anno (dove va bene)
2) il mercato locale in internet ha delle soglie d’ingresso molto più allineate con la possibilità si spesa dei clienti medi
Es: Corriere Milano una pagina fino a poco tempo fa (2009/2010) la piazzava a 12mila (poco trattabili), se consideri il mercato che non può accedere a quelle tariffe è chiaro quanto ci sia di potenziale da spostare sul WEB.
Per il problema degli insoluti non credere che i clienti nazionali siano da meno. Ho visto con i miei occhi insoluti mai incassati per qualche milione di euro. Come tutti i mercati è una proporzione.
Il bello di internet, per i mercati locali, è la possibilità di raccolta con pagamento anticipato perché le soglie d’ingresso stimolano molto.
Per la diversità d’investimento da regione a regione, su un network, c’è la compensazione. Orami le realtà che hanno multi punti vendita sono tantissime e si può serenamente andare in compensazione tra le testate a rendimento e quelle a pareggio.
Di base cambia proprio il sistema. Le maggiori realtà Radio, TV, Stampa sono in mano ad editori che hanno dei carrozzoni costosissimi, internet invece, se fatto bene, contiene molto i costi.
Poi ci sono molti aspetti negativi anche in internet, over booking, penetrazione, CPM, CTR, eccetera.
Discorso lungo. Un dato su tutti, la locale di Milano/Lombardia di un noto editore vale un botto, ma un botto vero. Non lo dico qui non vorrei incorrere in casini vari.
novembre 15th, 2011 at 12:43 pm
@Allego
Ma ti riferisci a locale Milano/Lombardia su web o su carta?
novembre 15th, 2011 at 12:51 pm
Dici l’ultimo passaggio?
In ogni caso sia carta che Web
novembre 15th, 2011 at 1:15 pm
@Gibbo: il discorso della creazione di un network di siti verticali è veramente affascinante. Tutto sommato molti siti verticali di buon livello si gestiscono da soli e tutti hanno contatti con i clienti di settore e qualche “buon rapporto” in qualche centro media.
novembre 15th, 2011 at 1:42 pm
si grazie
novembre 15th, 2011 at 5:14 pm
conosco abbastanza bene le logiche della locale dal momento che me ne occupo (anche non esclusivamente, per fortuna), da diversi anni, quindi, almeno per la mia personalissima e, forse, poco significativa esperienza, confermo i dubbi che ho già espresso
Poi, senza dubbio, specie in alcune aree piuttosto che in altre, non escludo che possa essere un buon supporto alla nazionale, ma ritengo di poter escludere, ad esempio, che da sola sia sufficiente per sostenere iniziative editoriali che, seppur online, restano costose (ovviamente se strutturate e ben fatte, quindi con redattori pagati, ecc)
novembre 15th, 2011 at 10:12 pm
@Sara
Scusa ma Google crea profitto su pubblicità nazionale? Facebook? Libero Local? Pagine gialle? ecc
Non per fare polemica ma dove lavoravo io la locale valeva 95 milioni di euro + web e collaterali. Se non li chiami profitti.. Pesava il 5, poi il 10, poi il 15, ora il 30% delle entrate. Se cala la rendita della nazionale e la locale rimane stabile un motivo ci sarà, no? Forse i top spender si sono un po’ rotti gli zebedei di spendere 120mila euro per colpire 1.2mio di teste e perdere in penetrazione e dispersione. A mio avviso sta cambiando il mercato.
novembre 15th, 2011 at 10:13 pm
Ah ti faccio un esempio ulteriore @Sara. Grancasa lo conosci?
novembre 16th, 2011 at 9:58 am
@Allegro: Non so se mi sono spiegata male: intendevo dire che, per esperienza diretta, ritengo molto difficile, se non del tutto impossibile, che la locale, da sola, sia in grado, ad esempio, di sostenere (per intero) un quotidiano locale online (non mi riferisco ad altri tipi di siti, perché non ne ho mai avuto esperienza).
Faccio un esempio, seppur vago per evidenti motivi di privacy:
media città del nord (diciamo tra 150k e 200k abitanti), quotidiano online composto da 3 redattori (oltretutto “freelance”, quindi non realmente assunti e, pertanto, con costi aziendali ridotti all’osso), un editore/caporedattore (che, da quel che ne so, si pagava un compenso, modesto, a mesi alterni…) ed un classico venditore di pubblicità locale, pagato a provvigioni.
Naturalmente a tutto questo aggiungi i costi tipici e minimi di ogni attività (piccola sede in periferia, telefoni, utenze, commercialista, tasse, ecc) e quelli altrettanto tipici ed inevitabili di queste iniziative online (mantenimento sito, minima infrastruttura, fotografi, webmaster).
Il sito, grazie ad un ottimo lavoro del team, aveva raggiunto circa 180.000 (con punte di oltre 250k) utenti unici mensili (non male rispetto al potenziale bacino di utenza): questi utenti, mediamente, generavano, realisticamente, circa 400k pagine viste che, seppure infarcite di posizioni adv (alcune delle quali “cedute” a Google AdSense) e considerando un tipico refresh a 90 secondi, generavano circa 4 milioni di adv impression al mese.
Ora, credo sia evidente a tutti che, seppur in presenza di un buon prodotto editoriale e, conseguentemente, ad una buona iniziativa imprenditoriale (sempre con riferimento ai numeri relativi), anche riuscendo a vendere sul mercato locale almeno il 70 – 75% delle adv disponibili (quindi circa 2,8 – 3 mil di imp/mese), ad un CPM che, vi assicuro, nel locale non riesce ad andare oltre a 1,5 euro (quando va molto bene), si arriva facilmente a calcolare un fatturato di circa 4.500 euro al mese a cui, esagerando, Google poteva aggiungere al massimo altri 300 euro al mese.
In sostanza tutta la baracca non riusciva a fatturare più di 4.800 – 5.000 euro al mese, a fronte di costi ineludibili pari a circa il doppio.
E, attenzione, non sto parlando di Enna o Barletta (con tutto il rispetto), ma di una nota cittadina del nord, stabilmente inserita tra le città più ricche d’Italia, quindi con un potenziale tessuto commerciale ancora abbastanza sano e “ricco”.
Da quel che ne so, questa “triste” esperienza non è assolutamente un caso isolato.
Ecco, quando sostengo che, a mio parere, la locale (intesa nel suo senso più puro e non con riferimento a grandi network che attingono alla locale, vedi pagine gialle e simili), intendo dire che, molto difficilmente, un progetto editoriale online (se è di questo che stiamo parlando) riesce a nascere e a vivere con la sola raccolta locale.
Poi ci possono essere eccezioni, certo, magari in aree metropolitane con bacini di utenza “da nazionale”, ecc. , ma temo che la cruda realtà per la maggior parte dei piccoli editori/imprenditori online sia, purtroppo, questa….
novembre 16th, 2011 at 11:24 am
Ciao @Sara.
Non la penso come te.
Litighiamo?
novembre 16th, 2011 at 12:42 pm
Luca…vai e compra (il sito che menzionava Sara)
novembre 16th, 2011 at 1:24 pm
Se la provincia è Monza, sottoscrivo quello che ha detto Sara.
novembre 16th, 2011 at 2:17 pm
quoto Sara.
Questa è, per quanto anche a me è dato sapere, assolutamente la cruda realtà con cui in moltissimi (per non dire tutti) piccoli e piccolissimi editori/imprenditori si scontrano ogni santissimo giorno… ahimè….
novembre 16th, 2011 at 2:26 pm
@Mattia
Questo perché in Italia c’è la cricca dei clienti, la cricca delle testate, la cricca della banda banda larga, la cricca dei diritti di negoziazione, la cricca dei grandi editori, la cricca delle concessionarie, la cricca dei siti fantasma, eccetera eccetera.
In un paese normale, non dico onesto dico normale, certe imprese funzionano, qui no.
vedi HP
novembre 16th, 2011 at 4:11 pm
@Allegro
La cricca? Sei sicuro di vivere sul web?
@Tutti
Riguardo a certe condizioni contrattuali … sono negoziabili! … se non si è piccoli.
L’importante è fare in modo di avere sempre un paio di alternative, mettili in concorrenza (clienti o fornitori che siano) e poi vedi come si scannano per accettare le tue condizioni.
novembre 16th, 2011 at 4:16 pm
Generalizzo Michele generalizzo.
novembre 17th, 2011 at 11:18 am
io investo sul web e non faccio parte della cricca…un altro mondo è possibile

novembre 17th, 2011 at 12:17 pm
Lani dove sei? Carletto dice che ha dei soldi per te
Carletto, certo che è possibile.
Ci vuole pazienza, impegno, determinazione. Saranno sempre meno quelli che trarranno profitto per loro stesso a discapito della qualità, onestà, ecc.
Per ora vinciamo le nostre piccole battaglie la guerra è appena iniziata.
novembre 17th, 2011 at 2:58 pm
Qui stiamo andando nell’ultra-off-topic.
Senza scendere nei dettagli, posso affermare che il Web ha ripagato ogni mia goccia di sudore, ogni weekend passato a lavorare, ogni mattoncino aggiunto all’idea, anche un po’ naif, iniziale. Senza favori. Senza ricatti. Senza barriere d’ingresso.
Dal punto in cui partivo (zero, forse anche qualcosa in meno…), non credo che in un altro settore avrei potuto avere tante opportunità, forse complice il fatto che per molti anni il Web non è stato capito e considerato da interessi “forti”.
novembre 17th, 2011 at 5:51 pm
@30330: beato te…
novembre 17th, 2011 at 6:40 pm
pensavo fosse una discussione interessante, poi ho letto di un socio di minoranza che orchestra aumenti di capitale.
ok, mi fermo qui.
novembre 17th, 2011 at 9:59 pm
pensavo che questo fosse un blog frequentato da persone interssate a guardare oltre il proprio naso ed i propri confini mentali, disposte a considerare anche le opinioni altrui e, soprattutto, le altrui esperienze.
Perche’, si sia (o si dovrebbe sapere), la vita puo’ sempre insegnare qualcosa o, almeno, proporci punti di vista diversi dai nostri.
Poi ho letto il post di Tekkaman…
Ok, anch’io mi femo qui.
novembre 18th, 2011 at 9:13 am
Mattia, i confini mentali si allargano quando ci sono basi da cui partire.
Un socio di minoranza che “fa crescere il debito” del socio di maggioranza (che ha l’anello al naso), e quindi susseguentemente riesce a proporre un aumento di capitale (sproporzionato) e diluire il socio di maggioranza (che in questo caso parte dall’OTTANTA%e che NON accetterebbe l’aumento di capitale per qualche stranissimo mistero) appartiene ad una casistica irrilevante per qualunque persona si trovi a che fare con un’azienda.
Se poi mi dici che è una tua esperienza diretta, cita nomi e aziende e sarò ben lieto di arricchire la mia casistica che attualmente non ha mai verificato un siffatto caso.
novembre 18th, 2011 at 9:47 am
@Tekkaman: arrivi un po’ in ritardo… nei giorni scorsi abbiamo dedicato righe e righe, in questo blog, a questa vicenda.
Se hai tempo e voglia, puoi rileggerti i post precedenti.
In ogni caso resto, più che mai, della mia idea (che non è solo idea, ma dato concreto e ampiamente sperimentato), se pensi che non sia così va bene, siamo fortunatamente in democrazia (forse…)
novembre 18th, 2011 at 10:43 am
@Mattia: anche io posso dire che il cielo è a striscie gialle, lilla e viola, tanto sono in Democrazia.
L’essere in Democrazia, tuttavia, non rende corretta la mia affermazione (che è una vaccata, tanto per essere chiari).
Ti è stato domandato più volte come possa un socio di minoranza far deliberare un aumento di capitale e a questo non hai risposto. Nel tuo scenario, che è ben più che ipotetico a meno che tutti gli amministratori di società con partecipazione di maggioranza siano per definizione dei brucatori d’erba, è alla fine in ogni caso il socio di maggioranza (come scrive bene Tekkaman un socio che ha l’anello al naso) che delibera; se proponesse quello di minoranza in assemblea questa cosa deve passare con maggioranza per venir approvata, maggioranza che per sua natura un socio di minoranza non può avere.
novembre 18th, 2011 at 10:59 am
@Paolo Corsini: ancora su questo punto? davvero? cosa vuoi che ti dica…consulta un bravo professore di diritto societario e fattelo spiegare…
novembre 18th, 2011 at 4:18 pm
@Mattia: interessante come modus operandi. Sono solito argomentare le affermazioni che porto avanti portando concetti: se si rivelano sbagliati sono il primo (anche se la cosa non fa piacere a nessuno e a me per primo) a fare ammenda e a scusarmi.
Liquidare una richiesta di precisazioni a un concetto portato avanti con un “consulta un bravo professore di diritto societario e fattelo spiegare” non l’avevo ancora letta. O sei arrogante, o semplicemente sei impreparato a rispondere. Visto da quanto tempo questa domanda rimane senza risposta, mi viene da pensare che l’impreparazione è stata sostituita dall’arroganza.
Per la cronaca: non è che mettendo uno smile allora la butta sul ridere e può scrivere quello che meglio crede. Di persona alcune espressioni si capiscono bene; qui abbiamo solo le lettere digitate quale strumento di espressione. Ergo se vuoi offendere, o semplicemente produrti in un coreografico salto dell’ostacolo, fallo senza smile. Grazie.
novembre 18th, 2011 at 4:33 pm
@Paolo Corsini: perdonami, ma mi sembra che su questa storia si stia, anzi, TU stia scendendo un po’ nella paranoia.
Allora mettiamola così:
a me, sinceramente, dell’accordo tra Monrif Net e HU non me ne può fregar di meno.
E, perdonami, me ne importa ancora meno dei tuoi soci di minoranza o di maggioranza, dei tuoi bilanci, dei tuoi debiti o dei tuoi crediti, dei tuoi utili o delle tue perdite, dei tuoi aumenti o abbattimento di capitale sociale.
Spero di essere stato chiaro.
Con o senza smile, vedi tu…
Passo e chiudo.
novembre 18th, 2011 at 4:41 pm
Mattia, dai…rispondici…
o almeno dicci a che pagina del libro di diritto commerciale possiamo trovarlo…
novembre 18th, 2011 at 5:10 pm
mi sembra che qualcuno inizi ad esagerare…
propongo di archiviare, solennemente, questo argomento
novembre 18th, 2011 at 5:12 pm
Quoto!
GIBBO FOR PRESIDENT!
novembre 18th, 2011 at 5:46 pm
@Mattia: dev’essere Venerdì sera anche per te, e lo stress si fa sentire. Se ti può consolare penso sia sentimento comune a tutti.
Ho scritto in precedenza che la mia domanda esula dall’accordo Monrif – Hardware Upgrade, ed ovviamente esula da chi sia colui che ti fa questa domanda (io o altro lettore di questo spazio). Tu hai fatto un’affermazione generalista, non riferita al caso specifico della discussione nella quale stiamo postando, che implica che un socio di minoranza possa far deliberare un aumento di capitale.
Se non te lo ricordassi questo è quanto hai scritto al post 2:
“si entra con una quota modesta (in realtà, con l’attuale normativa societaria, è sufficiente possedere più del 2% per “ropomere le scatole”), si fa in modo che la società, nel breve periodo, magari con la scusa della crescita, accumuli un po’ di debiti (che poi farà fatica a ripagare) e quindi si è obbligati a deliberare un bell’aumento di capitale sostanzioso che, presumibilmente, solo il “socio forte” (economicamente, anche se di minoranza) può sottoscrivere e ci si porta a casa la maggioranza.”
A richieste, mie e di altri, di spiegare questa cosa oggettivamente non hai dato seguito. Pressato sulla cosa hai risposto delegando ad altri, un “bravo professore di diritto societario” che mi possa istruire in materia, nuovamente evitando di spiegre oggettivamente il concetto che porti avanti.
Cosa a te freghi o meno del sottoscritto non è oggetto di discussione, mi pare.
Nel leggerti in questo ultimo post mi hai “regalato” una botta di gioventù, quando si era soliti rispondere così
“tanto a me che me ne frega di te”
di fronte ad una domanda evidentemente sgradita. Ahimé l’effetto giovinezza – placebo dura molto poco; se ti è possibile dispensamene ancora, anche in privato, in quanto una vera manna per una “old fart” come me.
Scrivevo bene, comunque: l’impreparazione è stata sostituita dall’arroganza. Benedetta gioventù.