Le metriche della Start-up

21 gennaio 2010Charts

Dopo molti anni che seguo start-up di prodotti web e nuove attività mi sono reso conto di avere un approccio in larga parte caotico/creativo e poco organizzato. Non è detto che sia un male…dato che con me ha quasi sempre funzionato.  Riflettendo però a posteriori sulle ragioni del successo od insuccesso del lancio di un nuovo prodotto editoriale ho provato a elencare le varie attività necessarie per capire i miei punti deboli e punti di forza. Ho trovato spunto da uno schema di una presentazione di Dave McClure che ho fatto mio traducendolo ed apportando qualche modifica. Nel 2010 voglio provare a ridurre il mio metodo creativo/caotico attaccando al muro questo schema e seguendolo in ogni sua parte.

Lo schema rappresenta le principali metriche da tenere sotto controllo per il successo di una start-up : Acquisizione,  Attivazione, Fidelizzazione, Viralità (referral), Revenues. Queste grandezze sono tutte azionabili e regolabili con una serie di attività, molte delle quali misurabili in maniera chiara e definita. Alcune piu importanti di altre, e non tutte adatte a tutti i prodotti. Ecco lo schema :

schema1.jpg

Lo schema parte  dalla acquisizione del traffico che avviene con svariati strumenti. Il traffico arriva in landing pages che possono essere specifiche, oppure in hp, o pagine foglia. Qua subentra l’attivazione: ovvero una quota di utenti scappa via mentre una parte continua a navigare e viene “catturata” dal sito. Successivamente c’è da gestire la fidelizzazione, ovvero trovare dei modi per far sì che l’utente torni e torni più volte. Il referral sono poi gli strumenti messi in pratica per far  si che gli utenti automaticamente si attivino per portare  nel sito amici e conoscenti. Questa massa di utenti attivi poi deve tradursi, in fondo allo schema, in dei Ricavi, che potranno arrivare da vari strumenti.

Nelle prossimi  settimane, tempo permettendo, e magari con l’aiuto di alcuni lettori vorrei approfondire ognuno dei 5 capisaldi andando a dettagliare le singole attività,  e soprattuto le modalità  di tracciamento dei risultati.

Metriche di una start-up:
Schema riepilogativo

#1 Acquisizione

#2 Attivazione

Quando la marca vuole diventare editore

13 gennaio 2010Critica

brand.jpgNon vorrei essere nei panni di un brand manager, in questi tempi frenetici.  Consumatori sempre piu dispersi in migliaia di  canali diversi, sempre piu smaliziati, sempre pronti a mettere in discussione la marca e la sua comunicazione. Nel frattempo mille possibilità di comunicare, con nuove modalità (e mode) ogni mese, e le marche che corrono a sperimentare tutti i nuovi mezzi. Ovvio che questa frenesia del nuovo porta spesso a seguire delle mode ed a sbagliare: basta ricordare il periodo in cui tutte le marche “sbarcavano su second life” con una loro isola. Era solo un paio di anni fa e sembrava che non si potesse vivere senza una isola su SL, oggi ci si ride sopra (ride meno chi ci ha speso i soldi).

Sbagliare è normale, ma fare delle cazzate lo è un pò meno. Uno degli errori piu grandi a mio avviso è quando la marca diventa editore. Esistono moltissimi casi, con varie gradazioni: tra i tanti segnalo  la community delle mamme di Carrefour e il portale femminile  DonnaD di Henkel.  Mi soffermo sul secondo perchè è maggiormente emblematico. Leggi tutto l’articolo

Sempre piu query, sempre meno traffico

12 gennaio 2010Google

Google (ed anche Bing) stanno lavorando alacremente per rispondere alle query con informazioni dirette, senza che l’utente lasci il motore. La cosa esiste da tempo ma adesso sta esplodendo in tutti i campi e trasforma la natura del motore di ricerca, che piano piano diventa anche editore, e da hub che smista traffico diventa pagina di partenza e di termine.

Questo vuol dire essenzialmente più query per il motore ma meno traffico per gli editori (e meno soldi). Alcuni di essi che vivevano (basti pensare al meteo) essendo ai primi posti della serp, potrebbero avere un contraccolpo importante.

Ecco una lista di esempi: Leggi tutto l’articolo

Quanto si guadagna a Facebook ?

11 gennaio 2010Facebook

Mi sono imbattuto (casualmente, lo giuro!) in un post che racconta quanto si guadagna e come si lavora a Facebook. Sul quanto si guadagna, la tabella parla chiaro…si guadagna molto bene:

facebook-salario.jpeg

A Facebook lavorano circa 750 persone e pensano di raddoppiare nel 2010.  Un software engineer a  110$  è decisamente un bel costo.  Secondo me siamo tra i 5-10 mln di dollari di costo personale al mese, con una proiezione annua di almeno mezzo miliardo  annua intorno ai 100 mln dollari. L’infrastruttura che contiene i dati di 350 milioni di persone è  gigante: oltre 10.000 server che costeranno come minimo 100 mln annui. Questo “conto della serva” chiarifica il tema del battente costi di Facebook che non è banale. Leggi tutto l’articolo

Great Opportunity

11 gennaio 2010media

Questo grafico (tratto da Business insider) rappresentanta l’andamento del numero degli impiegati nel settore dei giornali USA dal 1947 in poi.

Il  declino inizia proprio all’inizio degli anni 90 (proprio quando arriva internet….e non credo sia una coincidenza) per poi subire una accellerazione incredibile negli anni 2000 riportanto il numero degli impiegati al 1947.  In poco piu di dieci anni sono spariti 200.000 posti di lavoro presso i giornali statunitensi.

lavoro-media.gif

La domanda da porsi è se nel frattempo il web ha dato a questi 200.000 giornalisti ed impiegati un lavoro alternativo.

Molti commentatori e blog dicono:  “It’s a great opportunity!”. Le news ed il mestiere del giornalista sarà reinventato in questa nuova decade, e sarà maggiormente vicino alla tecnologia attuale ed ai nuovi modelli di consumo. Grandi opportunità per tutti!

Nell’attesa di questo nuovo modello, io vedo solo una progressiva e costante perdita di qualità del web.

“It’s a great opportunity…..for spammers!”

Google Tax

7 gennaio 2010Google

La Francia sta pensando di introdurre una Google Tax….

The proposals made to support content creation will require about 50 million euros of financing in 2010, then 35 to 40 million a year in 2011 and 2012, and this is where the Google tax, as coined by Toubon, would come in. The recommendation to tax Google and other internet giants such as “Microsoft, AOL, Yahoo or Facebook” reflects complaints from online news outlets and cultural sites that these companies make much of their advertising revenue from using content without the owners’ permission,

Certo che  se lo viene a sapere il Berlusca c’è il caso che per la prima volta lo vediamo in prima linea ad alzare le tasse (agli odiati nemici del web)    :D
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La difficile coesistenza dei social network

7 gennaio 2010Social Media

I dati comparati sui principali social network  da parte delle principali tre firme (Compete, comScore e Quantcast) danno un giudizio abbastanza concordante. E cioè :

  • MySpace è in calo
  • Twitter dopo grande crescita è flat ormai da molti mesi
  • Facebook continua la sua crescita

Questo dimostra che – cosa ovvia- non possono coesistere piu social network, a livelli elevati. Gli utenti alla fine ne scelgono uno e tendono ad usare solo quello.
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Chrome: google inizia a fare sul serio

4 gennaio 2010Google

 Una personalizzazione del Corriere della Sera significa che  Google ha deciso di fare sul serio. Questo è branding.

chrome1.png

Dai dati in mio possesso, il trend di crescita del browser google negli ultimi mesi è costante, ed è arrivato in alcuni siti al 6%. Fortunatamente pare che ad essere intaccato sia solo Explorer, con Firefox che non perde quote, ed anzi avanza verso il 25% (dal 20% di anno precedente).

Se Google padrone del web mi fa paura potete immaginare che impressione mi faccia Google padrone del mio Desktop.

Yelp, trattativa saltata con google

28 dicembre 2009Google

Logo yelpGrazie a dio qualcosa va storto anche a loro. La trattativa per l’acquisizione di Yelp a 500 mln di dollari è saltata a causa di un uso spregiudicato della stampa che a Google non è piaciuto. “Non facciamo trattative a mezzo stampa” hanno detto, chiudendo la trattativa, dopo che la controparte aveva fatto (appositamente) trapelare particolari riservati ai giornali.

Dapprima si  era pensato ad una controfferta per 750 mln da parte di un nuovo pretendente, ma  poi è venuto fuori qualcosa di diverso.  La parola magica che ha fatto saltare tutto è …..IPO!

Twitter (e FB) insegnano: quando si ha qualcosa di grosso in mano, negli USA si possono trovare senza problemi 150-200 mln da fondi ed investitori, e con un pò di pazienza si arriva al break even, senza bisogno di vendere tutto. Twitter che sino a qualche mese fa ancora si domandava su quale era il suo modello di business, in poche settimane ha risolto tutto : 30mln da google e bing per accedere ai propri dati “real time”….ed il break even è raggiunto.

Così a Yelp  avranno pensato di farsi “prezzare” da google, per poi fare saltare tutto così da quotarsi come una delle cose HOT del 2010. Confesso che ho goduto. Serve un web multipolare e servono aziende autonome che possano contrastare il monopolio in arrivo, e salvare la rete.

Fast food content

14 dicembre 2009Google

image_supersizeme.jpg Ultimamente si fa un gran parlare della crisi degli old media. Molte testate web e blogs deridono e criticano  le sparate degli editori tradizionali contro aggregatori e blog.

Ma mentre questi “nuovi editori” fanno un gran parlare della morte della editoria tradizionale  non si rendono conto della grande minaccia che sta arrivando all’orizzonte. La crescita incontenibile del “fast food content”. Già qualche anno fa, dai tempi in cui si parlava di “nanopublishing” la cosa mi sembrò pericolosa, e successivamente con l’esplosione del fenomeno si è palesata. Un recente articolo di Techcrunch  mi ha dimostrato che non sono il solo a pensarla così.

Il problema non è quello di aggregatori o finti blog che prendono una parte dei contenuti e poi mettono un link alla fonte originaria. Infatti portano comunque traffico e fanno link building. Il problema non è neanche nella copia di un contenuto e nella violazione del diritto di autore, dato che google grossomodo riesce a capire la fonte originaria.

Il problema è piuttosto nel fatto che esistono ormai decine e decine di migliaia di siti, con degli umani dietro, che di mestiere leggono  contenuti e li riscrivono scopiazzando sciattamente e malamente cambiando ed invertendo qualche frase.

Così per una notizia originale, artigianale, e prodotta con 2-3 ore di lavoro e di ricerca, dopo poche ore a partire da questa ce ne sono almeno altre 100  scopiazzate e prodotte in 10 minuti, a cui poi seguono  altre 1000 tra aggregatori, catalogatori e finti blog,  tutte fatte senza lavoro.

Techcrunch non lo dice, ma la colpa principale è di Google, che davanti ad 1 contenuto vero ed artigianale, e 100 copie sciatte, e 1000 url farlocche di aggregatori NON fa differenza. Non vuole, o non riesce. Leggi tutto l’articolo

Come valutare un sito o una azienda web

4 dicembre 2009Advertising

Prima del post, c’è un aneddoto divertente che vorrei raccontare. Quasi due anni fa eravamo (io e Paolo Ainio) presso la prestigiosa sede di un advisor che aveva il mandato per  la vendita di una azienda-sito. La sede era un piano intero di  un palazzo del ‘500 con stucchi, decorazioni, arazzi e specchi. La nostra controparte erano due signori in giacca e cravatta che dopo i convenevoli ci fecero la presentazione dell’azienda. Arrivati al clou della presentazione arriva la proposta di prezzo, e viene fatta con un multiplo decisamente alto. A quel punto cerchiamo di spiegare che il multiplo proposto è elevato per il settore media-internet e, argomentando la cosa da esperti del settore, facciamo la controproposta. Allora il signore davanti a noi, dice che le sue argomentazioni non sono sue ma sono tratte da “Autorevoli personaggi del settore internet italiano, ed in particolare da un Blog specializzato in questi temi”. A quel punto noi stupiti chiediamo “Quale blog??”

La controparte, tira fuori dalla sua borsa di pelle un  foglio con la stampa del mio post “Acquisizioni dot com italiane“. Allora nell’imbarazzo generale gli faccio notare che la faccia che sta nel foglio è stranamente uguale alla mia…..e poi gli spiego che le cose scritte nel post vanno lette bene ed interpretate….

Come finì poi la storia? Le trattative, dopo qualche settimana che erano proseguite fino quasi all’accordo, si interruppero improvvisamente e senza motivo.  Dopo un pò di mesi uscì la notizia che un compratore aveva comprato il 100% del sito, e scoprimmo che lo aveva pagato più del triplo della nostra proposta. Il compratore aveva liquidi ed aveva molto bisogno di quel sito e lo pagò molto di piu del valore reale. (Anche se ad oggi i risultati probabilmente danno ragione a noi) Leggi tutto l’articolo

Il principale editore italiano: Tu.

30 novembre 2009Advertising

time-magazine-you.jpgPochi giorni fa ho pubblicato una ipotesi di mappa del mercato italiano, ma mi sono dimenticato del principale editore italiano. Ovvero dei 10.000 piccoli editori che vivono solo o principalmente di Google.

Facciamo prima due calcoli: dai bilanci di Google si evince che circa il 27%/30% dei ricavi viene fatto con adv erogato da siti  esterni, ovvero quelli che inseriscono adsense.

Ipotizziamo che in Italia la stima dei ricavi di Google sia prudenzialmente di 250 mln di euro e ipotizziamo che anche qui sia divisa 70%-30% (Google- Editori).

Si presume che Google si trattenga una quota editore del 20%-30% e quindi  io ipotizzo che Google  distribuisca inItalia agli editori circa 56 milioni di euro. A chi vanno?

Alcuni grandi operatori (Virgilio e Libero) hanno un accordo con Google per la search e piu o meno sappiamo quanti soldi ci fanno. Altri operatori che fanno molto traffico (Msn, FB, Repubblica, RCS, etc) non hanno nessun rapporto con Google per precisa scelta.

Diciamo che verso i 2-3 grandi che hanno la search vanno circa 20 milioni, mentre il resto va a tutta la platea di editori medi, piccoli e piccolissimi.

Parliamo quindi di  30-35 milioni netti che  Google porta a questi piccoli editori italiani. Per quelli un pò  più grossi parliamo di 100k/200k annue (ma sono pochissimi), sino a calare ai 20k annue per i medi, per poi avere una media di siti semi-amatoriali che stanno sui 3k annui. E poi sotto gli amatoriali che magari neanche arrivano alla soglia per riscuotere l’assegno.

Io credo che in Italia possano essere anche 10.000 questi  editori che esistono grazie a Google. Messi insieme sono il primo editore italiano per raccolta pubblicitaria.

Al di là delle cifre approssimate, la cosa rilevante è il grande e rapido fenomeno di questi anni: la tecnologia ha abbattuto le barriere all’ingresso, per cui oggi chiunque può essere un editore con un investimemento minimo. Google tende a sostenere questo modello a scapito dei grandi editori tradizionali. Una platea di microeditori è meglio, e quindi il traffico va a loro.

Questa grande operazione di democratizzazione (teorica) porta effetti devastanti sul mondo tradizionale dell’editoria (vedremo prossimamente quali, in un post dedicato)  falciando centinaia e centinaia di posti di lavoro, e ricreandoli altrove.

Allora la domanda è : andiamo verso una vera democrazia dell’informazione o passiamo da oligopolio di pochi editori a monopolio di Google ?

Google crea i banner

27 novembre 2009Advertising

Quali di questi due banner farà più click ?

adv.jpg

Un tempo era il lavoro delle agenzie creative, ma adesso potrebbe non essere più così. Google ha ormai tanti nemici, e mancavano solo le agenzie creative tra di essi, ma adesso ha risolto il problema con la nuova acquisizione di Teracent.

Questa azienda ha creato un software per il quale, caricati in un sistema degli “elementi” come foto, parole, marchio, immagini, colori, vengono generate in automatico migliaia di combinazioni di banner  mischiando i vari elementi. Poi un algoritmo si incarica di erogare quelli che hanno maggiori performance, magari anche differenziando sito per sito.

L’idea è molto bella e potrà aumentare il rendimento del display su google. Ma a che prezzo? La creatività ha un valore in se quando è bella esteticamente ed arricchisce il valore del brand. Può una macchina che combina pezzi casualmente creare una cosa “bella”?

E cosa diranno le marche se il banner scelto dal robot sarà quello senza il loro logo?

:)

Modello business plan per sviluppo sito internet

23 novembre 2009Advertising

Siamo in epoca di Business Plan. Ho pensato che fosse utile condividere alcuni schemi che uso da tempo con i lettori del blog. Il mio sistema è ormai molto complesso, dato che sono piu di 15 i siti di cui devo tenere traccia,  da differenti aziende del gruppo. Ho quindi ultra semplificato il modello  riportandolo ad un solo sito e lasciando solo le informazioni basilari. Spero possa essere utile per chi si approccia per le prime volte nel fare previsioni, ma anche che sia utile per i più esperti.

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Modello Business Plan per sito web – Excel 64 kb

Se ci sono domande non esitate!

Segnalo anche il post “5 consigli per fare un buon business plan

L’Acqua sulla luna, e l’efficienza di Google

19 novembre 2009Google

Qualche giorno fa  ho sentito in televisione la notizia della scoperta dell’acqua sulla Luna. Ho voluto provare l’efficienza di Google  e Google news. Il risultato è stato davvero “drammatico”, almeno per me. Leggi tutto l’articolo

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